La Cina perde il pelo, ma non la voglia di reprimere il Tibet

Le autorità cinesi, tanto per cambiare, hanno iniziato a demolire buona parte del centro buddista di Larung Gar. Motivo: ci va troppa gente. Insomma alla Cina l’idea che 10 mila persone si occupino di studi tibetani non va proprio giù. Li vorrebbe dimezzare. Di fatto, nel silenzio generale, stanno distruggendo monasteri e accademie. Il mondo della cultura e le democrazie non hanno nulla da dire?

Qualche giorno fa le autorità cinesi hanno iniziato la demolizione di buona parte degli edifici del centro buddista di Larung Gar, nella contea di Sertar (Kardze, Sichuan), nel Tibet.Ad essere state distrutte sono state le residenze dei monaci e le strutture destinate allo studio di quello che è l’istituto di studi tibetani più grande al mondo (ospitava oltre 10 mila persone). L’accademia e il monastero, fondati nel 1980, si estendono su una collina e ogni anno migliaia di monaci e monache buddisti vi si recano per studiare.

Secondo le autorità, le strutture non dovrebbero ospitare più di 5 mila persone (1500 monaci e 3500 monache). La motivazione ufficiale diffusa dalle autorità cinesi parla di misure di sicurezza dovute al sovraffollamento del luogo e alla necessità di fare spazio per la costruzione di una nuova strada.

 

Di diverso avviso la direttrice di Free Tibet, Eleanor Byrne-Rosengren,  che ha dichiarato:

“La demolizione a Larung Gar non ha nulla a che vedere con il sovraffollamento. E’ solo un’altra tattica della Cina nel tentativo di soffocare l’influenza del buddismo in Tibet”.

 

Una tesi confermata dal fatto che la decisione di intervenire, che risale allo scorso giugno, prevedeva come data di scadenza per lo sgombero il 30 ottobre, ma le autorità hanno deciso di intervenire molto prima. L’ordine prevedeva anche una chiara minaccia: qualora i residenti si fossero opposti al trasferimento, il monastero sarebbe stato raso al suolo per intero.

Non è la prima volta che le autorità di Pechino ricorrono a questi sistemi. A settembre dello scorso anno le suore di un convento nella contea di Driru, nel Tibet centrale, sono state costrette a fuggire mentre le abitazioni del convento venivano demolite. Ad alcune di loro è stato proibito di svolgere le pratiche religiose, tra cui la preghiera e indossare le loro vesti. Quelle che sono rimaste nella zona sono state sottoposte dalle autorità locali a un cosiddetto programma di “rieducazione patriottica”.

A Kardze, nella contea di Ngaba, una donna è stata arrestata perché era scesa in strada con in mano una fotografia del Dalai Lama.

La disputa tra autorità centrale e autonomisti, in Tibet, prosegue ormai da oltre mezzo secolo. Nel corso degli anni, la pressione, anche militare, da parte del governo di Pechino è stata sempre più forte (con l’invio di migliaia di truppe). Ufficialmente la motivazione addotta è stata che tutto ciò è servito per far rispettare il credito nei confronti della regione. Il governo centrale ha anche detto che il Tibet è considerevolmente cresciuto (economicamente) durante questi anni. Molte associazioni per i diritti umani, però, continuano a denunciare violazioni dei diritti umani e accusano Pechino di aver adottato azioni di repressione sia politica che religiosa.

da timesicilia

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