Le mani delle cosche sul Ponte dello Stretto: 26 arresti

L’operazione “Sansone” smantella il clan dei Condello

di Miriam Cuccu

La ‘Ndrangheta punta sul Ponte dello Stretto. È quanto è emerso con l’operazione “Sansone” che ha smantellato il clan Condello di Archi con 26 arresti, 23 in carcere e 3 ai domiciliari. Al centro dell’inchiesta, che conta oltre 40 indagati, gli interessi dei boss per le trivelle necessarie alle opere propedeutiche al Ponte che collegherebbe Calabria e Sicilia. Uno dei soggetti coinvolti in “Sansone” appartiene alle forze dell’ordine e avrebbe aiutato uno dei personaggi fermati con il blitz di oggi, punto di arrivo delle indagini seguite dal procuratore reggino Federico Cafiero de Raho e dal pm Giuseppe Lombardo: secondo i due magistrati gli arrestati avrebbero consentito al boss Domenico Condello di sottrarsi alla cattura per oltre vent’anni. I reati contestati sono, a vario titolo, associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, detenzione di armi, favoreggiamento di latitanti e procurata inosservanza della pena.

Proprio con la ricerca di Condello, arrestato nel 2012, è partita l’inchiesta “Sansone” che ha continuato scandagliando “le articolazioni territoriali dei clan, legati alla cosca Condello, che operano su Villa San Giovanni” ha dichiarato de Raho, nello specifico “degli Zito-Bertuca, che in accordo con la più potente famiglia dei Condello, si sono fatti notare per un’attività estorsiva a tappeto”. Sui cantieri la loro “firma” era una misteriosa mano nera.

Uno degli episodi più eclatanti, dicono gli investigatori, sarebbe stato quello relativo all’incendio di contrada Pezzo, ai danni delle trivelle di una ditta siciliana che avrebbe dovuto svolgere i sondaggi geologici per poi interrare uno dei piloni del ponte. In seguito l’invito agli imprenditori era quello di fare un “regalo” allo “zio” detenuto. Per chi non ci stava giungevano incendi, pestaggi e persino ordigni esplosivi. “Ma che li picchi, che li mandi all’ospedale gli devi dire che la facciano in culo…gli devi dire di seguire l’istinto” diceva Felicia Bertuca, sorella del boss Pasquale, al figlio minore trasmettendo le indicazioni del più grande in carcere. Pasquale Bertuca, detenuto al carcere di Palmi, continuava a dirigere gli affari del clan grazie anche al nipote Vincenzo Sottilaro, detto “u Rappareddu”, arrestato nell’operazione di oggi e considerato il “contabile” che avrebbe gestito con la madre Felicia i fondi della cassa comune. Tra gli altri fermati Andrea Vazzana (vicinissimo al boss Pasquale “il Supremo” Condello) poi Santo Buda, Alfio Liotta, Vincenzo Bertuca e Domenico Zito, tutti considerati appartenenti al clan di Villa San Giovanni con una posizione di vertice. Nell’inchiesta è stato inoltre intercettato Antonio Messina, sindaco di Villa San Giovanni condannato proprio pochi giorni fa – insieme al resto della Giunta dell’ex primo cittadino Rocco La Valle – ad un anno di carcere per falso e abuso d’ufficio per l’edificazione di un lido.

Arrestato anche l’imprenditore Pasquale Calabrese, detto “u Raia”. Scrivono i pm che il soggetto “oltre ad essere impegnato nei lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 svolge anche quelli connessi alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina”. “L’assetto imprenditoriale riconducibile al Calabrese – si legge ancora – costituisce lo strumento per favorire lo svolgimento delle attività delinquenziali a lui demandate dalla cosca di riferimento. È stato altresì accertato che trattasi di impresa riferibile sia all’imprenditore Calabrese Pasquale che al socio occulto Calabrese Domenico (ugualmente tratto in arresto, ndr) e che i predetti soggetti, oltre a devolvere sistematicamente una parte degli utili di impresa derivante dai lavori aggiudicati alla cosca Bertuca, a loro volta trattengono delle somme di denaro provento di estorsione in pregiudizio degli altri imprenditori locali e le reimpiegano nell’attività di impresa”.

Le imprese che sottostavano alle estorsioni delle cosche coprivano i settori più diversi: dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani – la messinese Mts – all’edilizia – le società che hanno realizzato il Lido del finanziere, sulla Costa Viola, e il complesso edilizio “La Panoramica” – alla manutenzione straordinaria della sede della Direzione Marittima Calabria-Lucania e della Capitaneria di Porto. Le mani delle cosche sulle grandi opere non solo per una questione di mero business ma anche di esternazione del potere sul territorio. E intanto, paradossalmente, c’è chi preme per considerare il Ponte“infrastruttura prioritaria per l’interesse del Paese”, richiesta avanzata dall’Ncd proprio ieri, mentre la commissione Bilancio della Camera cominciava l’esame dei 5mila emendamenti.

 

da: antimafiaduemila.com

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