Tra sacro e profano, il rito del sangue in Calabria

Battersi fino a far sgorgare il sangue a fiotti. È scioccante e al tempo stesso commovente il rito penitenziale che il Venerdi e il Sabato di Pasqua si ripete da secoli a Nocera Terinese, in Calabria. I Vattienti (flagellatori nel dialetto locale) percorrono le vie del paese flaggellandosi le gambe di fronte alla statua della Madonna Addolorata fino a procurarsi delle profonde ferite. Un rito da cui la Chiesa Cattolica ha più volte preso le distanze e che, tuttavia, continua a rappresentare un momento importante per la comunità di Nocera Terinese.

 

A quando risale questo rito?

Nocera Terinese CZ

Nocera Terinese CZ

Nocera Terinese ha una storia millenaria che risale al IV secolo a.c. quando era in auge l’antica città di Terina tesoro archeologico di cui ancora oggi si effettuano gli scavi. Terina, ubicata su un altipiano lambito dal mare in una posizione suggestiva di omerica memoria, venne successivamente distrutta e più in alto nelle radure collinari, al riparo dalle invasioni che arrivavano dal mare, sorse Nocera Terinese. Fu centro medievale molto fervido a livello religioso per la presenza delle sue confraternite. E proprio di questo periodo sono i primi documenti che menzionano i riti del sangue. Sulla vicenda del vattienti esistono due tesi antropologiche. La prima legata al mondo pagano e ai riti orfici ed al mito di Cibele. Lo spargimento di sangue dunque come rito propiziatorio tipico del periodo primaverile. Secondo questa tesi l’avvento del cristianesimo avrebbe semplicemente traslato il rito del sangue legandolo alla figura del Cristo Crocifisso. L’altra tesi antropologica, invece, lega il rito proprio alla presenza delle confraternite religiose presenti numerose a Nocera e che praticavano l’istituto della flagellazione come strumento di espiazione dei peccati.

 

Perché dopo tanti secoli il rito è cosi vivo?

Ancora oggi sono tantissimi i giovani che evidentemente legati da un vincolo identitario molto forte compiono questo rito. Le motivazioni intime e personali sono legate essenzialmente ad un fatto votivo. Ognuno promette un voto e ringrazia per grazia ricevuta la Madonna Addolorata  alla quale il Paese è molto devoto. La Statua della Madonna Addolorata, un gruppo ligneo di alto pregio artistico e di fattura medievale, viene portata in Processione la sera del Venerdì Santo e durante tutta la giornata del Sabato Santo. Ed è durante questa processione che i vattienti compiono il loro sacrificio. Generalmente si battono da soli ognuno a casa propria. Poi escono e fanno il loro giro battendosi le gambe difronte alla Madonna.

 

Con che cosa si battono i vattienti?

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Prima della corsa all’incontro della Madonna per le vie del Paese il vattiente fa bollire un calderone di acqua e rosmarino che servirà successivamente per cicatrizzare le ferite. Il vattiente per compiere il suo rito usa due strumenti: “la rosa” ed il “cardo”. Si tratta di due pezzi di sughero di cui uno liscio e levigato, l’altro, il cardo, ha dentro 13 vetri acuminati. Il vattiente prima inizia a percuotersi le gambe con la rosa con l’intento di far affluire il sangue in superficie e subito dopo con il cardo si procura le ferite. Solo a questo punto inizia il giro. Ma la figura centrale di questo rito è l’Ecce Omo, colui che nella iconografia rituale rappresenta il Cristo, legato da una cordicella al vattiente che compirebbe il rito proprio nel nome del vincolo di sangue e di salvezza che lega l’uomo al Cristo.  Entrambe le figure hanno il capo cinto di spine. Il vattiente indossa calzoncini e maglietta neri mentre l’Ecce Omo, che non si batte ma riceve sul petto una “rosata” con il sangue del vattiente, è avvolto in un panno rosso e porta la croce rossa. Una volta pronti dunque escono per le vie del Paese compiono il loro giro passando davanti a tutte le chiese dove vengono lasciate le “rosate” di sangue come una sorta di testimonianza del loro passaggio. Le stesse rosate vengono lasciate sulla porta degli amici con lo stesso obiettivo di testimonianza di rispetto ed amicizia.

 

Quanti sono e chi sono oggi i vattienti?

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I vattienti oggi a Nocera sono un centinaio. Difficile parlare con loro. Generalmente sono persone schive e riservate anche per via del danno che nel corso degli anni hanno compiuto pseudo studiosi e mass media senza scrupoli, provvisti solo di informazioni sommarie. Non si tratta infatti di riti barbarici così come sono stati a volte definiti. Del resto il Mediterraneo con la cultura barbarica non ha proprio nulla a che spartire. È un rito che si tramanda e si mantiene vivo in forza di una devozione molto forte e molto intima che si sviluppa dalla nascita. Sono tanti, del resto, gli emigranti che ritornano a Pasqua ogni anno a Nocera per compiere il rito.

 

Come si svolge la processione?

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È suggestivo partecipare alla processione e vedere nella folla far capolino le croci rosse, la folla che si apre, il vattiente che arriva con il volto rapito dalla visione della Statua dell’Addolorata e del suo viso struggente. Si compie il rito. Il vattiente si inginocchia,  si fa il segno della croce e si batte, sparge il suo sangue e mormora la sua preghiera alla Madonna. Molto commovente. Ed ogni anno il rito si ripete davanti a tutto il Paese che partecipa commosso al sacrificio di tutti e ne trae forza e coesione identitaria. Tutto questo  si compie in maniera distaccata e parallela alla Chiesa Cattolica ed alle sue istituzioni che nel tempo ha tollerato ma mai incoraggiato. Anzi ci fu una volta, tantissimo tempo fa negli anni 50 dello scorso secolo, che al Chiesa tentò di vietare attraverso la forza pubblica il rito. La rivolta fu generale. Quell’anno  ci fu una massiccia presenza di vattienti a testimonianza del carattere popolare e antropologico di questo rito.

video documentario del rito dei “vattienti” (sconsigliato a un pubblico impressionabile)

 

La statua portata in processione durante il rito dei vattienti

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Dal punto di vista artistico, la Statua, di forte impatto emotivo, anche per il forestiero che la vede per la prima volta, è un gruppo ligneo del ‘400, di chiara scuola napoletana. A Nocera, sin dalla più tenera età, si cresce con un senso di devozione, verso questa Madonna.

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Il nome dello scultore è rimasto nei secoli sconosciuto. Forse per disegno divino, per non dare neanche una sorta di appartenenza artistica a questa Madonna che, davvero, è di tutti.

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Un’antica leggenda, da sempre alimentata dai fedeli, narra che a scolpirla fu un pastorello. E narra ancora, con soavi contorni di favola, che ad opera conclusa, dinanzi a tanta espressività, il pastorello, in un moto di pena, disse: “Cumu t’haiu fattu pietusa, Madonna mia” e la Madonna rispose “E si daveru mi vidie, cchiù pietusa mi facie”.

(Come ti ho raffigurato triste madonna mia;  Lei rispose: Se davvero mi avessi visto ancor più triste mi avresti fatto)

Si può essere contrari ma si prega di rispettare la cultura di un popolo che vive intensamente e non vuole rinunciare a questa secolare tradizione.

La verità di Ninco Nanco

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