Le Società Gilaniche: Quando Tutti Eravamo Anarchici (la storia censurata)

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“L’anarchia è un’utopia. Non può esistere una società senza stato, e sopratutto non è mai esistita. O se è esistita, è stata caratterizzata da violenza e caos”.        

Questa è la frase ricorrente in cui mi imbatto quando provo a parlare di anarchia. Ma stanno davvero così le cose? La Storia ha davvero emesso la sentenza che sancisce il fallimento e l’impossibilità della società anarchica?

Oggigiorno siamo indotti a pensare che non possa esistere e funzionare una società priva di entità statale. Lo Stato Moderno ci viene presentato come incarnazione del concetto e del grado di civiltà di una popolazione/comunità. E ci viene insegnato attraverso la Storia che prima dell’emergere delle prime embrionali forme statali (poleis greche, monarchie egizie, babilonesi, assire, ecc.) ci fossero solamente clan e tribù composte da individui arretrati, incivili, non evoluti, votati alla violenza, incapaci di autogovernare i propri istinti naturali e di auto organizzarsi socialmente. In sintesi, riprendendo la visione di Hobbes, ci viene insegnato a pensare che prima della nascita dell’istituzione statale, la Storia era dominata dalla dimensione di “guerra di tutti contro tutti”. Ma è veramente così? E’ veramente così azzardata l’idea di una società senza stato?

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L’archeologa Marija Gimbutas e l’antropologa Riane Eisler hanno dimostrato, attraverso i loro studi, l’esistenza nella storia di società senza stato, pacifiche ed egualitarie, le cosiddette “Società Gilaniche”. L’aggettivo “gilaniche” deriva dal termine “gilan”, coniato da Marija Gimbutas partendo dalle abbreviazioni dai termini greci “ginè”(donna) e “andros”(uomo), uniti dalla lettera “elle” per sottolineare il carattere paritario e di unione dei due sessi all’interno di queste società. Infatti le società gilaniche (pre-statali) erano caratterizzate dall’assenza di autorità, gerarchie, eserciti e classi. Praticamente queste società ignoravano la divisone sociale tra chi governa e chi obbedisce, tra dominanti e dominati, impedendo l’emergere di sentimenti autoritari e il desiderio di obbedienza. Società che incarnano a tutti gli effetti il reale significato del termine “anarchico”, e non l’interpretazione distorta che ci viene insegnata come sinonimo di caos e violenza; dimensione, queste ultime, sconosciute ai popoli gilanici.

Queste società sono esistite in un arco di tempo che colma la distanza tra la fine del Neolitico e l’emergere delle prime civiltà (egizia, babilonese, assira, sumera, ecc.), un arco di tempo che va dal 7000 al 3500 a.C., e si sono sviluppate nell’area sud-est europea (isole comprese).

Come già evidenziato queste società ignoravano la divisione tra uomini e donne, garantendo la parità tra entrambi i sessi, ignoravano ogni forma di maschilismo e patriarcato che avrebbero caratterizzato le società dello Stato. Questo è dovuto anche al culto su cui si fondavano le società gilaniche, ovvero il culto della Dea Madre, che sottolinea come, storicamente, l’entità divina veniva raffigurata dalla donna. Di conseguenza questi popoli non contemplano l’utilizzo della forza fisica come strumento organizzativo e coercitivo, a differenza delle forme statali embrionali e dei moderni stati-nazione che ne fanno una prerogativa fondamentale.

Possiamo definire queste società con l’aggettivo “anarchiche”? Certamente, poichè dimostrano il carattere artificiale e menzognero dell’istituzione statale, smascherando di fatto la credenza della loro necessità per il funzionamento di una società e sottolineando la natura oligarchica di ogni entità statale (anche quella più democratica) che concentra il potere nelle mani di pochi che comandano e lo esercitano sulla massa di cittadini privati della loro libertà.

“Si va bene, ma l’essere umano per natura tende a sopraffare i propri simili in quanto intrinsecamente malvagio e violento, perciò l’anarchia è impossibile”. Questa è la seconda frase con cui mi scontro spesso. Una frase che mostra ciò che da secoli le classi dirigenti sono riuscite ad instaurare nelle menti delle masse, ovvero la credenza dell’incapacità umana di autogovernarsi e autogovernare i propri istinti naturali, e quindi la tendenza per natura alla sopraffazione e alla violenza verso i propri simili che porterebbe al caos totale. In questo modo le classi dirigenti hanno presentato come unica possibilità la società dello Stato, portatrice di pace sociale e civiltà. Le società gilaniche confutano anche quest’altra tesi, evidenziando come l’esser umano non tenda per natura al dominio e alla sottomissione dei propri simili, alla violenza e alla cattiveria, bensì è caratterizzato dalla possibilità e dalla capacità di autogovernarsi e auto-organizzarsi, in quanto dominato dall’istinto cooperativo. L’essere umano è quindi per natura libertario, avverso ad ogni forma di dominio e autoritarismo.

In conclusione posso semplicemente dire che gli studi della Gimbutas e della Eisler sulle società gilaniche dimostrano la possibilità storica di una società fondata sull’ideale libertario e l’errata credenza della necessità dello Stato e dell’Autorità.

Rimane però un’ultima domanda, probabilmente la più importante: Chi o cosa portò alla scomparsa delle società gilaniche?

Marija Gimbutas e Riane Eisler rispondono a questo interrogativo attraverso la tesi kurganica, ovvero la cultura Kurgan che può essere definita l’antenata e la capostipite del sistema statale fondato sull’autoritarismo, militarismo e gerarchia. Ma chi erano i Kurgan?

I Kurgan erano popolazioni di lingua indo-europea che basavano la loro organizzazione sociale sul patriarcato e il militarismo. Queste popolazioni si introdussero nel continente europeo assoggettando le indigene società gilaniche attraverso incursioni militari volte ad imporre l’ideologia Kurgan; ideologia in netta contrapposizione agli ideali su cui erano incentrate le società gilaniche, ovvero culto della dea madre, uguaglianza e parità di diritti tra i sessi, matriarcato, rifiuto delle gerarchie, della violenza e dell’autoritarismo. I popoli autoctoni vennero così normalizzati all’interno della visione e della cultura Kurgan e incorporati attraverso una condizione di servitù permanente. Questa dimensione di servitù. insieme alla cultura kurganica ,venne col tempo metabolizzata ed interiorizzata diventando la normalità e la consuetudine, apparendo ancora oggi come unica reale possibilità.

Gli aspetti principali della cultura kurganica erano la centralità dell’autorità maschile e la forza fisica, che portò non solo alla scomparsa del culto della Dea Madre, ma soprattutto l’inizio della forzata sottomissione della donna all’interno della società. Infatti è utile sottolineare come il processo di indoeuropizzazione è stato un processo di trasformazione ed imposizione culturale, prima ancora che di sottomissione fisica.

La teoria kurganica evidenziato dalla Gimbutas sottolinea due principali dimensioni caratterizzanti i Kurgan. Innanzitutto le tribù indoeuropee avevano a capo un re, ovvero un capo guerriero, e ciò sottolinea ancora più marcatamente la loro indole bellicosa, militarista. Inoltre la tribù erano caratterizzate da forte divisione sociale e gerarchica tra sacerdoti, guerrieri e lavoratori, relegando in posizione di subordinazione donne e schiavi. In secondo luogo viene evidenziato il carattere fortemente maschilista della religione kurganica, al cui centro erano presenti divinità maschili celesti, contrapposte alle divinità femminili delle società gilaniche.

Perciò secondo le tesi archeologiche-antropologiche di Marija Gimbutas e Riane Eisler, la cultura del dominio, del patriarcato e della struttura piramidale tipica dello Stato moderno nascono ed emergono a causa della scomparsa delle società gilaniche avvenuta per mano delle popolazioni Kurgan, i capostipiti della gerarchia e della violenza.

Fonte: anarcoantropologo

A cura di: La verità di Ninco Nanco

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