Verso un mondo di schiavi flessibili e senza legami familiari

Quando si parla di “riforme”, “cambiamento”, “sbloccare”, “rottamare” – ormai lo sappiamo – c’è un grande cetriolo che volteggia nel cielo. E’ certo che è destinato a noi, lavoratori dipendenti e pensionati, giovani studenti o precari o neet, ecc, ma non sappiamo spesso capirlo per tempo. Anche noi, troppo spesso, ci preoccupiamo di contestare le singole “riforme”, che sono evidentemente una fregatura per i diretti interessati, ma senza coglie appieno il nesso tra òe varie “riforme”. Insomma, il disegno rintracciabile se si uniscono i vari punti sulla carta, invece di fissare i singoli punti.

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In questo modo il potere – governo, confindustria, banche, media mainstream – ci fa apparire “conservatori” perché, giustamente, difendiamo le conquiste che tanto sono costate a noi o ai nostri padri o nonni. Mentre non appena si riesce a vedere e descrivere l’insieme, ossia “il disegno”, risulta subito chiaro come la reazione più ferocemente “conservativa” del potere stesso sia di fronte a noi. Quasi senza maschere, se non quella delle parole a vanvera di un conta frottole e della sua corte.

Poi, improvvisamente, ecco un giornalista-ragazzino, di quelli che in Italia non entrerebbe neanche in redazione di un giornale “vero”, magari per fare una visita e qualche domanda, che squaderna senza remore “il disegno” che unisce il massacro della scuola, il jobs act, la distruzione dell’università più antica d’Europa, la sostituzione degli ammortizzatori sociali con un “assegno di ricollocazione” (una presa per il culo che porta soldi alle agenzie interinali multinazionali come Manpower e Adecco), la riforma delle pensioni e persino il diritto di famiglia.

E’  il disegno di una società fatta di atomi flessibili, senza famiglia stabile, senza domicilio stabile, senza lavoro stabile, senza istruzione vera e con un’infarinata di “formazione” ad hoc per il lavoro temporaneo che – forse – ti verrà trovato da un ricollocatore privato. Una società di schiavi disponibili in ogni momento, per ogni mansione accessibile alla loro bassa cultura ed estrema adattabilità. Non una civiltà avanzata, ma una regressione esplicita verso i secoli bui. Unica differenza: lo scintillio tecnologico e una parvenza di “decoro”. Una Metropolis liquida… Urge un Fritz Lang.

 

Il governo italiano vuole avvicinarsi alla Germania. A spiegarlo è la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano Stefania Giannini che, in occasione di un accordo siglato con il governo tedesco, rende note le posizioni sue e quelle del suo schieramento in merito agli obiettivi economici e sociali che l’Italia deve raggiungere. Il Paese, dice, deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro”.

L’accordo in questione, firmato insieme dalla Ministra tedesca dell’istruzione Johanna Wankae siglato presso il Centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea di Villa Vigoni , introduce la cooperazione tra Italia e Germania nell’ambito della formazione professionale. Esso rappresenta la chiara volontà da parte italiana di rendere il proprio mercato e la vita dei propri cittadini più simile al modello tedesco: che già da oltre un decennio ha messo in atto una serie di riforme economiche e di privatizzazioni che hanno mutato radicalmente le abitudini sociali e lavorative dei tedeschi.

Tali cambiamenti, ha spiegato la Ministra Giannini, stanno per arrivare anche in Italia. “Questo accordo è una altro passo in avanti di un percorso, iniziato con il Jobs Act e con la Buona Scuola, attraverso cui l’Italia sta attuando le riforme sul mercato del lavoro che la Germania ha attuato oltre 10 anni fa con il governo Schroeder. Ci stiamo rimettendo al passo coi tempi e stiamo eliminando i nostri punti deboli”.

I punti deboli, secondo la Ministra, sono innanzitutto le radici troppo classiche del sistema di formazione italiano. “Sapere non significa sapere fare. Le nostre riforme puntano a un potenziamento degli aspetti pratici dell’istruzione e una maggiore connessione tra dimensione accademica e professionale. Il mercato globale ci chiede di stare al passo coi tempi e la Germania è, in questo senso, un modello su come si può essere vincenti. La crisi scoppiata nel 2008 non ha colpito i tedeschi quanto gli italiani perché loro potevano vantare di un ossatura più robusta del sistema lavoro, ottenuta grazie alle riforme”.

L’ossatura dell’economia italiana è invece sempre stata formata dalle piccole e medie imprese. Le stesse che a migliaia sono fallite o hanno dovuto chiudure negli ultimi anni. Fenomeno, questo, che interessa anche la Germania. Come spiega la Ministra Wanka: “Siamo riusciti a mantenere bassi livelli di disoccupazione nonostante la chiusura della maggior parte delle imprese a gestione famigliare, che non sono state in grado di sostenere i ritmi che il mercato globale impone. Abbiamo realizzato un mercato più flessibile, reimpiegando i lavoratori un nuovi ambiti”.

“Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere” continua la Giannini. “Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti”. Un concetto, questo, che la Ministra riprende da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, che intervistato dall’Espresso ha spiegato come il modello sociale a cui si debba tendere sia quello statunitense, nel quale “bisognerebbe tassare tutto ciò che è immobile e detassare tutto ciò che è dinamico”.

Come spiegato dalla Ministra Wanke, però, tale modello non è esente da problemi. “Il nostro successo economico non si è tradotto in una alta produttività di figli. In 10 anni la Germania ha perso il 22 per cento della propria popolazione. In questi termini l’arrivo dei migranti ha una funzione economica specifica. Cioè quella di occupare quella fascia lavorativa lasciata vuota dalla crisi demografica e che una volta era occupata dalle imprese a direzione famigliare”.

I migranti hanno dunque una funzione sostitutiva rispetto all’ormai estinto modello economico fondato sulla famiglia. Anche in Italia dovrà essere così. “La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno” spiega la Ministra Giannini. “le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione”.

Le vite degli italiani, le nostre vite, stanno andando incontro a enormi cambiamenti, figli della globalizzazione e delle riforme messe in atto per starle al passo. Vite più precarie lavorativamente e affettivamente, in cui il successo economico di un Paese, come nel caso tedesco, non si traduca in aumento della natalità o della stabilità individuale e sociale. Sarà sempre più difficile creare una propria famiglia stabile e prendersi cura dei propri figli.

Resta ancora il dubbio sul ruolo che le donne possano assolvere all’interno di questo nuovo mercato sociale. Come riconosce la Ministra Giannini “se per noi donne da un lato si manifestano possibilità che un tempo ci erano precluse, dall’altro andiamo incontro a una sfida molto più profonda rispetto agli uomini. L’assenza di certezze nel breve e medio termine rende le giovani donne, che di certezze ne hanno bisogno maggiormente per ovvi motivi biologici, la grande sfida del futuro”. Una sfida che necessita necessariamente di una risposta.

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