Processo trattativa, Di Matteo: ”Scalfaro principale attore, snodo del dialogo tra Stato e mafia”

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Fonte Antimafia duemila 

Dall’elezione del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, all’avvicendamento al ministero degli Interni tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, passando per le dichiarazioni di Agnese Borsellino e della giornalista Sandra Amurri. Sono questi i temi affrontati nel corso di questa nuova giornata di requisitoria dei pm al processo trattativa Stato-mafia. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo ha pesato le parole con grande attenzione quando si è trattato di ricostruire il clima politico che attraversava il Paese in quei primi mesi del 1992. “Rispetto ad una trattativa che è politica dobbiamo allargare la visuale, porci in quella visuale d’analisi delle vicende politiche connesse alla formazione del nuovo Governo” ha ricordato il magistrato rivolgendosi alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto. Ci furono le elezioni del 5 aprile ed il vecchio Governo rimase in carica fino alla formazione del nuovo (Governo Amato) il 28 giugno del 1992. “La composizione del nuovo Governo non era imprevedibile rispetto alla crisi – ha ribadito il pm –ma era conseguenza della fine della legislatura precedente. Nel frattempo, subito dopo la strage di Capaci, venne eletto il Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel Presidente con le sue decisioni, con il suo attivismo politico ed istituzionale non solo è stato arbitro, ma è stato il principale attore anche in vicende che hanno segnato snodi nel dialogo tra Stato e mafia: la nomina di Mancino, quella di Conso, l’avvicendamento ai vertici del Dap tra Amato e Capriotti con vice Di Maggio; l’attivismo diretto e importante finalizzato a influire sulle nomine più importanti persino nelle forze di polizia”. Ed è in questo senso, ad esempio, che secondo l’accusa vanno lette le dichiarazioni di Fernanda Contri la quale ha dichiarato che “non si decideva niente se non c’era l’avallo e il gradimento di Scalfaro“.

L’ex Capo dello Stato, deceduto nel gennaio 2012, è uno degli imputati mancati in questo processo. Di Matteo ha parlato di “evidente reticenza e falsità” rispetto alle dichiarazioni rilasciate alla Procura di Palermo il 15 dicembre 2010 quando dichiarò di non sapere nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) tra Amato e Capriotti e di non aver avuto nulla da dire su Parisi “su una possibile trattativa o connessione tra 41 bis e gli episodi stravisti del 1993”. “Noi – ha ricordato Di Matteo – acquisimmo dopo le prove del mendacio di Scalfaro, dopo aver raccolto le dichiarazioni del monsignor FabbriGifuni ed altri. E c’è un contrasto netto ed insanabile tra Scalfaro e le dichiarazioni di Napolitano che ha riferito che tra le alte cariche dello Stato, dopo gli attentati del’93, era chiara la convinzione che quelle bombe rispondessero ad una sorta di ricatto  dell’ala corleonese di Cosa nostra per migliorare il regime carcerario”.

La rottura dell’asse Scotti-Martelli
Nella ricostruzione dell’accusa emerge che in quel periodo c’era una forte discussione politica per cacciare Scotti dal Viminale ed allontanare Martelli dal ministero della Giustizia. Di Matteo ha ricordato le parole di Martelli all’udienza del 2016 (“Craxi non vuole che tu rimanga alla giustizia, ti propone di andare alla Difesa. Io risposi che avevo perso il migliore dei miei amici e resto qua, e do battaglia, e poi ci siamo lasciati un po’ freddamente… Ne parlammo subito con Scotti… ci volevano togliere da lì tutti e due perché avevamo esagerato nell’offensive a Cosa nostra con il 41 bis… Era auspicabile rimuovere Marteli dalla giustizia e ancora più importante Scotti dagli Interni”) e quelle di Scotti nel maggio 2014, rispetto alla stesura del 41 bis. “Noi eravamo conviti che la discussione Parlamentare non sarebbe stata facile. Avevamo netta la difficoltà enorme del passaggio parlamentare che era difficile convertire quel decreto in legge… che non sarebbe stato approvato, sottoposto a uno stravolgimento… l’on Gargani, presidente della Commissione giustizia, mi pose più volte la necessità di riflettere e di attendere il nuovo governo… il suggerimento era “Voi siete dimissionari, casomai il decreto verrà riproposto…”.
Scotti, in dibattimento, ha più volte ribadito di non voler accettare il cambio di ministero (“Risposi di no, io mi ero impegnato come ministro degli Interni, era necessario far valere gli interessi istituzionali e mi dimisi da ministro degli Esteri”) e di aver aspettato un mese per le dimissioni solo perché Giuliano Amato lo pregò di soprassedere a quella decisione per consentire all’Italia la partecipazione ad alcuni vertici internazionali.
Secondo l’accusa, dunque, la maggioranza uscita dalle urne consentiva di confermare l’asse Scotti-Martelli.
Oggi – ha aggiunto Di Matteo – si vuole far credere che l’avvicendamento tra Scotti e Mancino è avvenuto per la regola statutaria della Democrazia cristiana sul doppio ruolo istituzionale e parlamentare. Ci sono però le dichiarazioni dell’onorevole De Mita che ha detto che questa cosa c’era dagli anni ‘60, qualche volta è stata applicata e qualche volta no. Ma se quello dell’incompatibilità fosse stato il vero motivo della mancata riconferma al Viminale che senso aveva nominare Scotti alla Difesa? La verità è che per consentire la linea del dialogo, e affinché la trattattiva che il Ros stava facendo con Vito Ciancimino e con Riina non trovasse ostacoli, era necessario liberarsi di chi della linea dell’intransigenza aveva fatto la sua bandiera dimostrandolo con i fatti”. L’accusa sostiene ha quindi sostenuto che la strategia per addivenire ad un accordo era quella di spostare l’asse politico verso un’altra corrente – quella della sinistra democristiana- a cui apparteneva il ministro Mannino che sarebbe stato tra i fautori della linea del dialogo.

Mannino e Gargani nel racconto di Sandra Amurri
A riscontro di quanto avvenuto in ambito politico rispetto all’avvicendamento Di Matteo ha anche ricordato le dichiarazioni della giornalista Sandra Amurri. Il 21 gennaio 2011, al bar Giolitti di Roma, ascoltò un dialogo tra Mannino e l’onorevole Gargani. Mannino diceva: “quelli di Palermo hanno chiamato De Mita a testimoniare, tu ci devi andare… devi ribadire le cose che abbiamo detto… quel cretino di Ciancimino ha detto tante cazzate …. quelli di Palermo stavolta ci fottono…”. “Queste dichiarazioni sono di rilevanza eccezionale – ha dichiarato il pm – Un teste che non pubblica la notizia ma si rivolge all’Autorità giudiziaria prima di pubblicare l’articolo. Una testimonianza che non può essere scalfita da altro e che ha anche riscontri inoppugnabili. La Amurri non poteva conoscere le esternazioni del Mannino e la recente audizione di De Mita davanti ai pm di Palermo. Il 18 dicembre De Mita sa di essere convocato dai Pm della tratattiva. Il 21 dicembre Mannino sa questo (e non era apparso su nessun giornale) e si preoccupa di mandare Gargani da De Mita per dare la stessa versione sull’avvicendamento di Scotti. Inoltre ci sono le dichiarazioni dell’onorevole Di Biagio che quel giorno aveva appuntamento con la Amurri. Anche a lui aveva riferito le stesse cose

Agnese Borsellino “Subranni punciutu” e la “mafia in diretta
Altro tema affrontato dal pm riguarda le dichiarazioni di Agnese Piraino Leto (vedova del giudice Borsellino) sui rapporti tra il marito e l’imputato Antonio Subranni. Di Matteo ha ricordato che “nel giugno del 1992” a un mese dalla strage di Via D’Amelio “Paolo Borsellino riferì alla moglie Agnese che c’era in corso una trattativa tra pezzi infedeli dello Stato e la mafia“.
Prima Borsellino parla alla moglie Agnese di una trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia – ha ricordato il pm – poi specifica pezzi dello Stato infedeli e la mafia“. In un’altra occasione, il 15 luglio del 1992, è sempre Agnese Borsellino a raccontare che il marito Paolo “era sconvolto“. “Succede qualcosa che ulteriormente turba Borsellino – ha proseguito ancora il pm Di Matteo – Tra l’8 e il 10 luglio, quando il giudice Borsellino ha capito che c’erano cose che non quadravano parla del generale Antonio Subranni (imputato nel processo, ndr) definendolo ‘punciutu’. Utilizza una metafora drammatica per esternare alla moglie qualcosa che aveva scoperto. Non perché qualche pentito gli avesse detto che ‘Subranni è punciutu’, ma perché evidentemente con quella frase e quel giudizio aveva avuto consapevolezza che quella trattativa riguardava una persona per la quale aveva stima, aveva pure vomitato per la nausea. E il 27 gennaio 2010, davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta parla dell’incontro del marito con la dottoressa Ferraro (“mio marito non mi disse nulla che riguardasse Ciancimino, ricordo che mi disse che c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato… ciò mi disse alla metà di giugno del ‘92 in quello stesso mi aveva detto che aveva visto la mafia in diretta… confermo che mi disse che aveva saputo che il gen. Subranni era punciuto me lo disse con tono assolutamente certo”)”. Successivamente Di Matteo, rivolgendosi alla Corte d’assise e ai giudici ha ribadito: “Ma voi pensate che il giudice Borsellino, che in quel periodo aveva saputo, fuori verbale, da Mutolo delle collusioni di Contrada, addirittura anche su Signorino, se avesse avuto una confidenza di un pentito avrebbe vomitato dicendo che Subranni era punciutu? Ho studiato tanti atti del dott. Borsellino, non credo che la dichiarazine di un collaboratore avrebbe potuto sconvolgerlo a quel punto. Piuttosto era qualcosa che si riferiva a Subranni ad averlo sconvolto, una ulteriore presa di consapevolezza della trattativa che era in corso“. Secondo l’accusa le dichiarazioni della signora Agnese, vanno integrate con quello che in questo dibattimento ha riferito uno dei magistrati che aveva un rapporto amicale con Paolo Borsellino: Diego Cavaliero. Quest’ultimo di fatto aveva già appreso quelle dichiarazioni su ‘Subranni punciuto’ intorno al 2005. E probabilmente non erano state fatte solo a lui quelle dichiarazioni. “Pretendere di negare la valenza probatoria delle dichiarazioni di Agnese Borsellinoin riferimento alla tardività, fatto da Subranni, è una tardiva difesa per dire che sono cattivi ricordi o malanimo – ha concluso Di Matteo – Quando la moglie di Borsellino riferisce di quel colloquio non c’è nessuna possibilità di malinteso o cattivo ricordo e non c’è nessuna possibilità di malanimo o rancore. Volere sottovalutare la portata delle dichiarazioni della signora Borsellino significa fingere di non capire il fardello di dolore della famiglia Borsellino che pesava come un macigno sulle spalle di Agnese Borsellino. Un pressing di chi voleva sapere se era a conoscenza di qualche segreto inconfessabile su apparati istituzionali corresponsabili dello stato di isolamento che precedette la morte del giudice”.

 

Fonte Antimafia duemila 

Precedente Berlusconi Presidente, il capolavoro delle FakeNews Successivo BANKITALIA PUO’ FABBRICARE SOLDI…..MA I POLITICANTI ITALIANI FANNO FINTA DI NON SAPERE!

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