Non vi basta lo stipendio? Infami! Tangenti, l’Italia è invasa dagli scandali dei politici

C’è da dire che ci siamo occupati del Pd in questo articolo dato che è il partito che governa questo paese e colpito negli ultimi periodi dagli scandali, ma non dimentichiamo anche i vari politici di altri partiti come ad esempio forza Italia o le lega nord che di numero i condannati per tangenti  sono superiori agli indagati del PD, basta ricordare storie come il MOSE di Venezia o la sanità di Milano ecc… Detto questo occupiamoci degli ultimi scandali:

 

L’elenco pubblicato dall’ultimo numero di Panorama – che sarà pure di proprietà di Marina Berlusconi, ma che qui si limita a mettere insieme fatti già noti – è impressionante: sono oltre un centinaio in tutta Italia (e soprattutto nelle Regioni dove governano) i democratici coinvolti a vario titolo – dall’avviso di garanzia al rinvio a giudizio alla condanna – in inchieste per reati di corruzione, abuso d’ufficio, peculato, falso, truffa, turbativa d’asta e via elencando.

Parte di questi reati, come sanno bene gli amministratori locali di ogni partito, sono frutto di una legislazione farraginosa e di una giurisdizione barocca: si può essere condannati per abuso d’ufficio soltanto per aver accelerato una pratica urgente e necessaria. In altri casi (impressionante quello dell’ex governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco) si tratta di un clamoroso errore giudiziario (se non peggio). Ma, fatta la debita tara, il problema resta, ed è di primaria grandezza.

Dall’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono all’ex governatore della Calabria Agazio Loiero, dagli ex sindaci di Napoli Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino all’ex governatore dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, l’elenco degli amministratori del Pd costretti a trovarsi un avvocato sta diventando imbarazzante.

Le ultime inchieste – sull’Enac (l’ex responsabile dei trasporti aerei Franco Pronzato ha già patteggiato, riconoscendosi dunque colpevole), su Enzo Morichini e i suoi rapporti con la Fondazione Italiani europei, e infine sull’ex coordinatore della segreteria di Bersani, Filippo Penati – non segnano dunque una discontinuità ma, al contrario, sembrano confermare una tendenza consolidata. Per un partito che ancora di recente ha voluto rispolverare l’equivoca «questione morale», di cui a suo tempo Enrico Berlinguer si servì per rinchiudere il Pci nel ghetto dell’antisocialismo in cui ancora si ostina a vivere Rosy Bindi, qualcosa non torna.

Caro Bersani, dopo le accuse contro i giornali, permettimi un po’ rudemente di metterla così: o c’è un grande complotto della magistratura contro il Pd, secondo soltanto a quello contro Berlusconi, oppure nel Pd c’è troppo malaffare. In entrambi i casi, sarebbe bene dirlo chiaro. Non perché lo chiedono i giornali, ma perché lo domandano sinceramente gli elettori. Che vogliono sapere, e ne hanno diritto, in che modo il Pd amministra la cosa pubblica, come seleziona i suoi dirigenti e i suoi amministratori, quali rapporti intrattiene con la pubblica amministrazione e con l’impresa privata. Non basta proclamare di tanto in tanto la volontà di uscire dalle Asl o dalla Rai (senza peraltro metterla mai in pratica): prima di lasciarle è bene chiarire come ci si comporta, nelle Asl e in tutti gli altri gangli del potere pubblico. La costruzione di un’alternativa democratica in Italia passa per la trasparenza e il coraggio civile, non per l’ipocrisia e la propaganda.

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