Morto Muhammad Ali, la leggenda del pugilato sempre in prima fila per i diritti civili

E’ stato il più grande, anche oltre il ring. Rifiutò di partire per il Vietnam, si convertì all’Islam. ”I campioni non si fanno nelle palestre ma con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione’.  Fu nominato il più grande sportivo del secolo scorso, lo è stato di tutti i tempi

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Sarebbe troppo facile affermare che Muhammad Alì ha perso il match più difficile della carriera, quello con il morbo di Parkinson, di cui soffriva da oltre 30 anni e che all’ospedale di Phoenix, dove era stato ricoverato due giorni fa per problemi respiratori, ha posto fine alla sua straordinaria esistenza all’età di 74 anni. Certo, ormai da tanto tempo le sue parole non erano i proiettili lanciati nelle sue grandi battaglie, sul ring e per i diritti civili, ma l’intensità dello sguardo era rimasta sempre la stessa nonostante quel velo calato impietoso. Alì ha battuto anche la malattia, usando le sue idee di libertà e giustizia per danzare come una farfalla e pungere come un’ape.

Quel morbo maledetto irriso già ad Atlanta nel 1996, quando accese la torcia olimpica. Non combatteva da 15 anni, ma forse quella sera fu il round più bello della vita: Parkinson messo alle corde da quel coraggio di  mostrarsi malato, dalla fragilità avvolta in un commovente tremolio per un uomo che aveva avuto il mondo in pugno. Da quella notte in Georgia sono passati tanti anni, tra una finta, un jab e una provocazione. Quel Parkinson che non gli impedì l’ultimo saluto al più acerrimo rivale, Joe Frazier, l’uomo che Alì in una leggendaria trilogia di sfide ha sofferto più di tutti. Si stavano tanto antipatici. Frazier lo spedì al tappeto al Madison Square Garden di New York nel 1971: un gancio sinistro perfetto, bello e intenso come un raggio di luce nella notte. Alì si prese la rivincita due anni dopo. Poi ci fu Manila 1975, il match più brutale di sempre. Alì si  divertiva a prendere a pugni un pupazzetto che raffigurava un gorilla per sbeffeggiare smokin’ Joe, sul ring i due quasi si uccisero, lasciarono lì una parte del fisico e dell’anima. Alì vinse, ma riconobbe che se l’avversario non avesse abbandonato alla fine del quattordicesimo round, forse lui stesso non si sarebbe ripresentato sul ring. E poi ancora, in flash che si sovrappongono non tenendo conto del tempo, Alì alle Olimpiadi di Londra: gli occhi nascosti dietro grandi occhiali neri, non più di un cenno di saluto. Eppure è stato l’unico in tutti i Giochi a tenere testa come popolarità ad Elisabetta II che dava spettacolo con l’ultimo 007. Alì ha dato ragione al Jack London, che non ha potuto conoscerlo eppure è come se lo avesse conosciuto quando affermò: “Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi – cosa impossibile – che re d’Inghilterra o presidente degli Stati Uniti o kaiser di Germania”.

Tante cose che fanno capire come sia riduttivo parlare del Muhammad Alì pugile. Joe Louis o, scendendo dai massimi ai medi, Ray Sugar Robinson forse sono stati complessivamente superiori sul ring, resta comunque questione di opinioni… Ma Ali è stato il più grande sportivo di tutti i tempi. Mai una banalità, ma un continuo bersagliare il perbenismo di una certa America, conservatrice ed incapace di accettare che il campione del mondo dei pesi massimi rifiutasse di ‘onorare’ la patria nella follia del Vietnam. ”Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro…”. Non una frase ad effetto, ma una coraggiosa scelta di coscienza che gli costò il ritiro della licenza e la perdita del titolo negli seconda parte degli anni sessanta. Già negro. Come diceva lui, con il nome da negro, Cassius Clay, si rivelò al mondo vincendo l’oro a Roma alle Olimpiadi del 1960. La leggenda narra della medaglia gettata in un fiume dopo che un camierere bianco si era rifiutato di servirlo. Poi si convertì all’Islam e per tutti fu Muhammad Alì. Quando nel 1964 conquistò il titolo mondiale contro Sonny Liston finì subito nell’occhio del ciclone. Quel giovane spaccone così linguacciuto che abbatte un picchiatore brutale, anche nella rivincita ed in un solo round. Era la notte del colpo che nessuno vide e che a distanza di oltre 50 anni fa ancora discutere.

”I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione”. Una visione portata fuori dalle sedici corde per riaffermare il principio indissolubile della pace. Alì è stato uno dei pochi personaggi di fronte ai quali è impossibile restare indifferenti. Per chi ama il pugilato è stata la sveglia nel cuore della notte -questioni di fuso orario – per assistere ai suoi capolavori. Ma anche coloro ai quali del pugilato non frega nulla, hanno parlato di lui. Chi lo venerava, chi non vedeva l’ora che qualcuno gli desse una lezione per quel suo modo linguacciuto di indispettire gli avversari.

Perseverante ed ossessivo quando si trattava di raggiungere i propri obbiettivi. ”I want Holmes, I want Holmes”, ripeteva ossessivamente in preparazione al match più impossibile. Sapeva di non potercela fare, ormai trentottenne e debilitato nel fisico, ma voleva il più giovane e forte rivale, quel Larry Holmes che in una straordinaria manifestazione di rispetto e affetto gli risparmiò una punizione pesantissima prima dell’inevitabile conclusione al decimo round. Uomo da show a trecentosessanta gradi. Lo fu anche nel 1974 nello Zaire, allora si chiamava così la Repubblica Democratica del Congo. George Foreman, gigante texano di potenza disumana soggiogato dalla personalità del rivale: campione ridimensionato a sfidante, nero trasformato in amico dei bianchi, indesiderato inquilino dell’Africa Nera.

Foreman arrivò a Kinshasa come un pugile che voleva conservare il proprio titolo, Ali come il liberatore di un intero continente. Foreman scese dall’aereo con Dago, il suo pastore tedesco, e gli africani ripensarono a quei cani utilizzati durante la tirannia di re Leopoldo per terrorizzarli. Alì fu invece riconosciuto come il fratello nero, e tutti lo accolsero da re, la sua macchina solcava le strade polverose, e tra le nuvole i volti dei piccoli neri lanciavano il loro grido di implorazione. ”Ali boma ye”, ”Ali uccidilo”. ”George faceva male, ogni suo colpo qualche danno lo provocava sempre, ti spaccava un muscolo, ti incrinava qualche osso”. Ma lui seppe sopportare stoicamente, per otto round, poi zittì i detrattori, tornando a pungere come un ape e danzare come una farfalla, e per Foreman non ci fu scampo. I più giovani, ma anche chi lo ricorda bene, vadano a vedersi – facilissimo da trovare su internet – il match di Kinshasa. Otto round, non un semplice incontro di pugilato, ma una vera e propria autobiografia di un mito. C’erano proprio George Foreman e Larry Holmes, nell’ultima occasione ufficiale alla quale Alì era intervenuto, o scorso ottobre nella sua città natale, Louisville nel Kentucky, in occasione del tributo di ‘Sports Illustrated’ nei suoi confronti.

La sua morte è avvenuta quando in Italia era quasi l’alba. Tanti anni fa era il momento di andare al lavoro, o a scuola, o rimettersi a letto dopo aver assistito ai suoi match. Alì è morto, immortale Alì

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