Le immagini della prima nave dei veleni ritrovata, poi la vicenda fu insabbiata. 

screenshot_2016-12-16-20-11-49

Nel 2009 sotto le indicazioni di un pentito di ‘ndrangheta è stata ritrovata a largo delle coste di Cetraro in Calabria, una nave affondata e carica di fusti, il carico si vede benissimo nelle immagini.  La nave era a circa 15 miglia dalla costa e alla profondità di 500 metri. Dopo il ritrovamento e la sicurezza che la nave era piena di fusti, le indagini hanno preso un’altra piega, si è detto che in realtà quella fosse una nave affondata del 1906 e con la stiva vuota! Morale? La procura archivia il caso e ritiene il pentito non credibile e questo avviene in pochissimi giorni dopo tutti gli anni buttati per le indagini. Dobbiamo crederci?

Qui postiamo qualche video del relitto e del carico di fusti:


###


###

 

Abbiamo scelto di riportare una parte dell’articolo di Gianni Lannes a riguardo che riassume tutte le vicende di questa storia e soprattutto non tralascia nessun dettaglio.

Alcuni governi occidentali, tra cui l’Italia, si sono accordati da tempo, a livello internazionale per affondare le scorie radioattive, tentando poi di cancellare le tracce e ignorando i rischi per la salute delle ignare popolazioni. La Cee e gli Stati Uniti d’America hanno finanziato con 120 milioni di dollari uno studio per inabissare scorie radioattive. Alla voce “Urano 1 e 2” e tanto altro ancora.

 

Ecco cosa dice il lancio dell’Ansa del 12 settembre 2009, alle ore 20,33:

«La cercavano da giorni e alla fine l’hanno trovata. E’ stato sufficiente calare a mare un robot per le riprese subacquee e quello che era un sospetto è diventato una certezza: nel Tirreno, a 14 miglia dalla cista di Cetraro, nel cosentino (…) c’è il relitto di una nave che non figura su alcuna carta nautica. Di che nave di tratta dunque? La certezza ancora non c’è, ma per il procuratore della repubblica di Paola, Bruno Giordano, è forte il sospetto che possa essere una “nave a perdere”, di quelle che da più parti si dice siano state affondate dalla ‘ndrangheta nei mari calabresi per smaltire rifiuti tossici e radioattivi. L’ultimo in ordine di tempo a parlare di queste navi è stato un collaboratore di giustizia, Francesco Fonti, che già alcuni anni fa aveva raccontato ai magistrati di avere partecipato all’affondamento di un mercantile, il Cunski, in cui erano stivati 120 fusti contenenti scorie radioattive. Giordano ha deciso di vederci chiaro e ha avviato le ricerche, che si sono rivelate lunghe  e laboriose. Decisivo, in tal senso, l’utilizzo di speciali sonar che dopo mesi hanno individuato un’ombra compatibile con il relitto di una nave. Ma per avere la certezza era necessario scendere sul fondo e fotografare l’oggetto (…) Il robot ha rispedito in superficie le immagini di un mercantile lungo almeno 120 metri con un profondo squarcio sulla prua dal quale si intravedono anche dei fusti. Due contenitori sono visibili anche all’esterno della nave. Dai primi accertamenti risulta che la stiva è piena, ma non si sa di quale materiale. Non è stato possibile, invece, risalire al nome. O è stato cancellato prima dell’affondamento, oppure è coperto dai sedimenti depositati nel corso degli anni. Impossibile, quindi, al momento dire con certezza se quel relitto appartenga al Cunski, il mercantile che il collaboratore ha detto di avere fatto affondare nel 1992. Di certo c’è che il collaboratore aveva parlato di un’esplosione a prua che coincide con lo squarcio notato dalle immagini del relitto. “Finora” è stato il commento del procuratore Giordano “si sono solo fatte supposizioni, ipotesi, ma ora abbiamo la conferma della presenza del mercantile. E’ un forte aggancio da cui partire”».

L’intervento dello Stato italiano giungerà solo dal 19 al 29 ottobre 2009 con la nave Mare Oceano, ma per depistare la verità. In barba alla trasparenza amministrativa e in violazione della Convenzione di Aarhus, ratificata dalla legge statale 108 del 2001, il ministero dell’Ambiente non permette che alle operazioni partecipino i tecnici della Regione Calabria; né tantomeno che salgano a bordo giornalisti indioendenti. E, in un lampo, la competenza passa dalla procura di Paola alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Alle 12,56 del 27 ottobre 2009 l’agenzia Adnkronos dirama un comunicato ufficiale della Prestigiacomo, in cui il ministro commenta le ricerche e annuncia a suo dire, lo scampato pericolo:

«Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche del Cunski. Questo è quanto emerge dai primi rilevamenti della Mare Oceano, la nave inviata dal ministero dell’Ambiente che sta svolgendo gli accertamenti sui fondali del Tirreno. Infatti la morfologia del relitto risulta diversa da quella del Cunski. In particolare è stato rilevato che il cassero della nave affondata si trova nella zona centrale, mentre quello del Cunski era a poppa. Il Rov, il robot sottomarino, ha svolto già le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto e le prime analisi ambientali, da cui è emerso che fino alla profondità di 300 metri non si rilevano alterazioni della radioattività. Naturalmente questi primi esiti delle ricerche non escludono la possibilità che i fusti contenuti nel relitto possano contenere rifiuti pericolosi o radioattivi, e per questo il programma di indagini della Mareb Oceano proseguirà con il prelievo di sedimenti dai fondali, di carotaggi in profondità e con il prelievo di campioni dai fusti. Tute queste operazioni continueranno in coordinamento con la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e il reparto ambientale marino della Guardia costiera a disposizione di questo ministero, al comando del capitano di vascello Federico Crescenzi al quale rivolgo uno speciale plauso».

Alle 12,50 l’Adnkronos lancia la seconda parte della nota ministeriale:

«L’accertamento che il relitto in fondo al mare non sia il Cunski e il mancato rilevamento di radioattività fino a 400 metri, che ribadisco, non esclude la possibilità che si tratti in ogni caso di una nave dei veleni, deve indurre alla prudenza e alla responsabilità quanti fino a ora hanno procurato, senza avere riscontro attendibili, paura e allarme sociale, con gravissime ripercussioni economiche per la Calabria. L’impegno del governo nella lotta alle ecomafie continua affinché sia fatta piena luce sui misteri delle navi a perdere, venga appurata la verità e ogni eventuale responsabilità».

Nello stesso giorno alle ore 13,12 i tecnici della Geolab – società titolare della Mare Oceano – smentiscono clamorosamente all’Agi il ministro Prestigiacomo:

«Abbiamo fatto finora solo esplorazioni acustiche, ma il Rov non è ancora entrato in acqua. Il Rov farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Adesso non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunski. Per noi è ancora troppo presto».

Anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, oggi presidente del Senato, lo stesso 27 ottobre 2009 in audizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, prima ipotizza che il relitto di Cetraro non sia quello del Cunski, come sostenuto dal ministro Prestigiacomo, e poi fornisce notizie false, o quantomeno imprecise. E non a caso il presidente della Commissione Beppe Pisanu ha secretato l’audizione del magistrato quando la deputata Angela Napoli ha iniziato a porre domande sul ruolo dei servizi segreti.

«Proprio stamane – spiega Grasso alla Commissione – mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non danno certezza che si tratti di quella nave. Si potrebbe trattare di un piroscafo, suggerisce poi, e tira fuori il nome del Cagliari affondato nel 1943. Affermazioni depistanti quelle di Grasso. Perché il Cagliari – come si evince dai documenti estratti dall’Archivio storico della Marina Militare – è stato colato a picco nel 1941, più a sud.

Dunque, al contempo Prestigiacomo parla del piroscafo Catania, Grasso della nave mercantile Cagliari. Come è possibile questa incredibile discrepanza tra i due rassicuratori nazionali? E così va in onda l’operazione placida tranquillità. Il comunicato dell’Agi datato 29 ottobre 2009, delle 18,22 recita:

«Il relitto affondato al largo di Cetraro, in Calabria, non è la nave dei veleni ma il piroscafo Catania. Lo ha reso noto il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. (…) La nave passeggeri Catania, ha spiegato Prestigiacomo, fu costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Prima guerra mondiale da un sommergibile tedesco il 16 marzo 1917. Per il procuratore Grasso il caso è chiuso, perchè le indagini hanno accertato che non ci sono elementi di radioattività né di inquinamento nel raggio di tre chilometri intorno alla nave. “Da quando è iniziata questa vicenda – ha detto Grasso – c’è stata una vittima: la zona di Cetraro, e più in generale la Calabria perché i pescatori hanno smesso di pescare e gli albergatori sono preoccupati per la prossima stagione e tutta la popolazione non sa se potrà mangiare il pesce. Oggi arriva finalmente una risposta precisa che respinge tutte le insinuazioni”. Grasso ha parlato di una vicenda giornalistica “irresponsabile” perché “non sono stati trovati riscontri agli allarmismi diffusi”».

Il ministero dell’Ambiente ha messo in rete sul sito istituzionale spezzoni di riprese in bassa risoluzione dalla nave affondata a Cetraro. Le autorità ripetono, ma guardandosi bene dal fornire riscontri probanti, che il relitto di Cetraro è l’innocuo Catania.

Allora perché la Marina Militare in tre anni, da quando nel 2006 la procura di Paola comunicò le coordinate del Cunski, non ha mai detto che in quella zona ci poteva essere una nave affondata nel 1917? Di più: negli anni ’50 la Marina Militare ha realizzato una mappa dettagliata dei relitti affondati tra la prima e la seconda guerra mondiale. E non a caso, la navi dei veleni – come in questo caso – sono state spesso inabissate in corrispondenza di questi relitti per confondere eventuali ricercatori. In altri termini, non è stata fatta alcuna luce, perché le carrette dei veleni in quei fondali ci sono. Infatti l’ammiraglio Bruno Branciforte ha riferito al Copasir che «le navi a perdere nei mari calabresi sarebbero 55».

Il vice procuratore Giuseppe Borrelli in conferenza stampa ha sostenuto che la stiva è vuota, ma senza portare uno straccio di prova. Mentre il pilota del Rov utilizzato dalla regione, ossia Giuseppe Arena ribadisce al settimanale L’Espresso (intervista del 6 novembre 2009) che è «piena», anzi piene, perché, a suo avviso, sono due. «Se vede il filmato – ribadisce Arena all’intervistatore – c’è un attimo che con il Rov salgo nella stiva e c’è un pesce di colore rosso, perchè quando lo illumini con i fari diventa rosso, e quel pesce è posato sopra il carico della stiva. A lei dà l’impressione sia vuota? E’ piena! E’ a livello di coperta della nave, quindi vuol dire che è piena… di certo le stive erano piene».

Altre incongruenze (alla voce ministeriale “powerpoint “Operazione Cetraro”). Le caratteristiche e dimensioni del Catania non sono compatibili con quelle del relitto trovato il 12 settembre 2009. Basta raffrontare le coordinate di affondamento. I dati ufficiali attestano che la regione Calabria ha individuato una nave nel punto che ha per latitudine 39°28’54’’ Nord e per longitudine 15°41’56’’ Est; mentre il ministero dell’Ambiente indica l’affondamento del Catania più a nord, in un’area con latitudine 39°32’ Nord e longitudine 15° 42’ Est. La distanza tra queste due aree è di quasi 4 miglia, tale da escludere spostamenti dovuti alle correnti. Inoltre, il relitto filmato dagli esperti della Regione il 12 settembre 2009 viene presentato lungo «tra i 110 e i 120 metri, con larghezza di circa 20 e un’altezza di fiancata attorno ai 10». Invece le dimensioni indicate dal ministero dell’Ambiente riferiscono di una lunghezza pari a 103 metri. Mentre sui siti specializzati

lo scafo si assottiglia: 95,8 metri, con 13 metri di larghezza e soli 5,5 di altezza».

Addirittura il 31 ottobre 2009 su un giornale locale (Il Quotidiano della Calabria) il capo della procura di Catanzaro, Vincenzo Lombardo la spara davvero grossa, sostenendo che le corde dell’imbarcazione sono state scambiate per bidoni:

«Quello che poteva apparire nei primi accertamenti un fusto sarebbero le cime che al momento dell’affondamento e con il passare degli anni sono scese alla base dell’imbarcazione … senza un’approfondita visualizzazione potevano essere scambiate per fusti». E ancora Lombardo: «Intorno alla nave c’è una folta vegetazione – confermata – dalle immagini».

Incredibile, anzi inverosimile, perché qualsiasi studente di biologia marina al primo anno sa che a quella profondità non può esserci assolutamente vegetazione. Infatti, la mancanza di luce impedisce la vita di piante o alghe marine.

Perché non è mai stata realizzata una perizia per comparare i video subacquei della Regione Calabria e quelli della Mare Oceano? Non a caso, un vero esperto di riprese subacquee, Francesco Sesso, il 23 novembre 2009 sul Quotidiano della Calabria, ha tagliato la testa al toro:

«Quello del governo è stato un goffo tentativo di nascondere al verità». Infatti, secondo lui, i video dei due Rov hanno ripreso navi differenti: «Ho visto e rivisto quei filmati, tra l’altro non proprio sovrapponibili, e i dubbi mi sono rimasti … A Cetraro, invece, abbiamo a che fare con un relitto affondato a 500 metri, dove la pressione è di 51 atmosfere, e cioè 51 chilogrammi per centimetro cubo. Ebbene, se era il Catania, di questo piroscafo avremmo trovato ben poco, considerato che è stato affondato ben 90 anni fa. Nelle immagini riprese dal Rov della Regione ci troviamo invece di fronte a una nave integra, e quindi forse affondata più di recente. Anche gli oblò non hanno subito danni… C’è una sequenza indicata come “perlustrazione della poppa”, ma quella che si vede è la prua e non la poppa. Sono infatti ben visibili gli occhielli di cubia e i verricelli».

Infine, l’armatore della Mare Oceano è tale Diego Attanasio, che fa la sua apparizione nella trattativa di David Mills. Esatto, l’avvocato che per 600 mila dollari ha fornito due false testimonianze pro Berlusconi (tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian). Attanasio Diego nel 2009 possiede il 10 per cento della Geolab S.r.l. e controlla la Diamar S.r.l. (che a sua volta possiede il 70 per cento della Geolab) controllando personalmente il 42,03 per cento delle quote e il 99,97 per cento della Mesa S.r.l. che partecipa alla Diamar con il 51,2 per cento.

Dal 19 al 29 ottobre 2009 è stata costruita una maldestra operazione a tavolino per tranquillizzare la gente, portata a termine infruttuosamente dalla Commissione Pecorella. Risulta, peraltro, come già segnalato all’opinione pubblica con apposita inchiesta giornalistica, che lo studio legale di Gaetano Pecorella (già difensore del piduista deviato Berlusconi Silvio, tessera numero 1816, condannato per falsa testimonianza della Corte d’Appello di Venezia del 1990, in ragione della sua appartenza alla P2 di Licio Gelli) di Milano abbia difeso nel 2010 a Ravenna “esportatori” israeliani di rifiuti radioattivi in Italia.

 

La verità di Ninco Nanco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*