“Lasciare andare”: un gesto di libertà per se stessi e gli altri

Lasciare significa:
lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso,
che si muovano liberamente senza il nostro intervento,
finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare.
Molliamo la presa.
Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
(Bert Hellinger, Gli Ordini del Successo)”

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La vita è un fluire continuo di fasi, salite e discese, gioie e difficoltà; un alternarsi continuo, inevitabile e a volte spietato, susseguirsi di situazioni che permeano ogni ambito dello sviluppo dell’individuo nelle sue relazioni interpersonali, potenzialmente riassumibili nelle due categorie primarie di amore e amicizia.

Cresciamo spesso con un’ossessione al possesso, imponendo un Io che si trasforma in Ego attraverso rapporti che, se non etichettati, siamo spesso incapaci di vivere con serenità. Un’assoluta necessità di certezza, di sicurezza che si lega ad una definizione: qualcosa, o qualcuno, deve essere “mio” per garantirne la presenza, o per preservarne il distacco. Non funziona quasi mai. Questi sono bisogni che si alleano alla propria distruzione, limitando la libertà d’essere, d’agire, e soffocando il corso della Vita stessa che riteniamo appartenerci, ma che è solamente goccia nel mare di un oceano di esistenza più grande.

La propensione al possesso inibisce il manifestarsi di questa Vita che custodiamo ma che tutti, in quei lassi di tempo infiniti che si celano dietro un istante, riconosciamo sfuggire dal nostro controllo. La scelta, nella vita dell’uomo, è di certo l’arma a doppio taglio che definisce chi siamo e come vogliamo vivere nel mondo; nessuna obiezione contro il libero arbitrio che abbiamo avuto in dotazione dall’alba dei tempi per decidere verso quale orizzonte salpare e verso quali mete dirigerci. Piuttosto, un’esortazione al respiro, alla pausa, alla meditazione, alla consapevolezza, per comprende quando insistere su una scelta che sembra non dare frutto, per comprendere fin dove ci stiamo spingendo nel voler trattenere persone o situazioni limitando la loro libertà di muoversi, di fluire, interiorizzando la frustrazione che l’attaccamento provoca in noi stessi e negli altri, o per comprendere se, ancora, ne vale la pena.

Nell’attaccamento, nel possesso, ci rendiamo prigionieri della nostra stessa libertà, e deturpiamo senza via di ritorno quella degli altri. Imporsi e imporre è spesso un mezzo per nascondere dietro i migliori propositi una profonda paura o un estremo disagio: rimanere soli, deludere, non voler accettare che ogni cosa ha un ciclo, e come tale, ha il diritto essenziale di poter finire, quando la portata del suo insegnamento termina in questo lasso di Vita cristallizzata nella nostra esistenza.

Spesso non si “cede” perché si teme la pagina bianca, il giudizio dei nostri cari, la sofferenza del momento di passaggio, l’accusa di un tradimento morale, o al contrario, si teme di non avere alternative all’abitudine: muri di buio che si alzano sempre più alti di fronte ad una luce, la nostra, che abbiamo dovere di far brillare, anche a costo di dover lasciare la mano di chi ha percorso con noi chilometri di cammino.

La grandezza e l’umiltà dell’individuo di fronte alla vita e alle continue sfide a cui siamo sottoposti è diventare consapevoli di quando verso una situazione, o una persona – perché i rapporti umani determinano ciò che siamo, e non possiamo Essere Umani senza l’altro – si possa insistere, si possa provare e riprovare ad “aggiustarla”. Tentare fino allosfinimento è forse il campanello d’allarme per determinare quando e quanto imporsi sia la giusta decisione, perché agire in tal modo può essere la possibilità per dimostrare a se stessi e agli altri la propria forza, la determinazione, la volontà, ma può diventare distruttiva se si perde di vista la prospettiva e la dimensione di fondo, di base, fondamentale, quando infierisce colpi mortali alla libertà dell’altro e alla propria, umanissima, personalità.

Nel caso in cui ci si accanisca su una persona, per esempio, quando una forma d’amore diventa satura e non si è in grado di accettare il punto alla fine di una frase che durava da capitoli, si dovrebbe comprendere che lasciarla libera è il più grande regalo da fare. Per l’altro, perché si avrà rispetto del suo percorso, ma soprattutto per se stessi, perché si onorerà ciò che si ha vissuto e imparato da essa, rendendoci aperti, disponibili, pronti per ogni nuovo arrivo. Amare senza possesso è la più profonda libertà, non si può ricevere libertà se non la si offre incondizionatamente. Non esiste niente di negativo nel mollare la presa, quando né da una parte, né dall’altra, si prospetta più una possibilità di crescita: quando i rapporti diventano sterili e le opportunità un deserto.

Mollare la presa non significa rinunciare, ma rivalutare le proprie priorità avendo cura di se stessi, di proteggere una vita che non può, non deve e non vuole diventare salvezza per l’altro, se implica negazione di se stessi. Mollare la presa, anche solo per un attimo, può essere il più grande dei rimedi, per guardare dentro di noi nel vuoto che si è creato, riempiendolo di potenzialità, garantendo un possibile recupero dei cocci di un vaso che sembrava in frantumi o concedendosi l’immensa opportunità di ricominciare.

Lasciare andare non significa sempre perdere, nell’accezione competitiva del termine; lasciare andare significa permettere alla mutevole essenza di cui siamo composti e dalla quale siamo generati, di portarci esattamente laddove siamo destinati ad arrivare. Ognuno infatti ha il proprio destino e le scelte determinano di volta in volta la costruzione di un ponte per arrivare alla destinazione, che è sempre, meravigliosamente, nonostante tutto il dolore, evoluzione.

 

da eticamente

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