L’ANTICA MAGNA GRECIA L’INIZIO DELLA CIVILTÀ (storia & alimentazione)

La Magna Grecia (Megàle Hellàs) è il nome dell’area geografica situata nella parte meridionale della penisola italiana che, a partire dall’VIII secolo a.C., fu colonizzata di greci. Furono gli stessi Elleni d’Occidente presumibilmente a coniare questa denominazione ver-so il III secolo a.C. per mostrare la loro grandezza in campo economico, politico ed artistico rispetto alla nazione di origine. In realtà, per gli antichi greci, la Magna Grecia si limitava alle sole colonie dell’Italia meridionale continentale.

Screenshot_2016-04-02-21-01-45-1

Furono successivamente gli storici romani ad ampliare i confini geografici finendo per includere anche le colonie greche della Sicilia.

Colonie_greche_d'italia_e_sicilia

La prima colonia greca d’Occidente è Cuma. Viene fondata intorno al 730 a.. da coloni calcidesi provenienti dall’emporio commerciale della vicina Ischia per fondare una colonia di popolamento oppure per conquistare un avamposto sulla costa e meglio controllare le rotte commerciali verso l’Alto Tirreno.

Secondo la leggenda, invece, i fondatori di Cuma avrebbero seguito una rotta indicata dal dio Apollo, che nel suo aspetto solare indica la via per l”Occidente, sotto forma di una colomba bianca. resta il fatto che, da allora in poi, le coste meridionali dell’Italia assistono ad un continuo via vai di navi greche.

Screenshot_2016-04-02-21-03-29-1

La colonizzazione “storica” si svolge tra l’VIII e il V secolo a.C. sulla scia di precedenti navigazioni micenee.

I motivi dell’emigrazione sono essenzialmente la crescita demografica e l’espulsione di gruppi sociali per motivi politici nonché lo sviluppo dei commerci.

Screenshot_2016-04-02-21-04-14-1

La presenza greca nel Sud Italia è un momento di un radicale rinnovamento culturale e tecnologico. I Greci trasferiscono sulle coste italiane il loro modello di vita nettamente più avanzato inserendo la nostra penisola nei circuiti delle grandi civiltà del Mediterraneo.

A loro si deve l’introduzione dell’alfabeto, la prima coniazione di monete, l’introduzione in agricoltura della vite e dell’olio e la produzione artistica di ceramiche, bronzi e sculture. L’arte, la letteratura e la filosofia greche influenzarono in modo decisivo la vita di queste colonie. In particolare, le poleis della Magna Grecia divennero centri di eccellenza, dove si raggiunse un livello di civiltà in materia di arte, architettura, ingegneria, istruzione e così via pari a quello della madrepatria.

I coloni ellenici, infatti, stabilirono fiorenti città con importanti biblioteche e centri di studi, che formarono i più abili filosofi e letterati di tutto il bacino del Mediterraneo, consentendo a quelle popolazione di vivere un’epoca d’oro.

Screenshot_2016-04-02-21-01-12-1

La fine della Magna Grecia coincide con la conquista romana. L’ultima città dell’Italia continentale, Taranto, cade in mano romano nel 272 a.C. Siracusa, in Sicilia, nel 212 a.C.

 

L’alimentazione nell’antica Magna Grecia 

760_263_csupload_68018938

E’ noto che una delle cause principali della colonizzazione della Magna Grecia, da parte dei Greci, fu il reperimento di terre fertili che scarseggiavano nell’Ellade; pertanto l’economia delle poleis magno greche era basata principalmente, sulla produzione agricola che determinò anche l’alimentazione di questa regione. La ricostruzione del paesaggio agrario, e dei tipi di colture praticate in Magna Grecia è quindi, fondamentale per affrontare i problemi di storia dell’alimentazione nell’ età antica.

La grande diffusione dei culti agrari come quelli di Demetra e Kore, di Atena e Dioniso, confermano l’importanza dell’agricoltura ed in particolare della coltivazione del grano, dell’olivo e della vite. Vino ed olio, in effetti, sono i prodotti dell’antichità ai quali erano legati il nome ed il concetto di Magna Grecia; Italìa o Enòtria (da oinos, vino) era denominata la zona a sud di Metaponto, considerata dai Greci terra eccellente per la produzione del vino; e se la viticoltura fu importata con i primi insediamenti coloniali, è stato dimostrato che la coltura dell’ulivo introdotta in Magna Grecia dai Calcidesi d’Occidente, fu successiva di almeno un secolo all’arrivo delle popolazioni greche.

Diffuse in tutta la Magna Grecia, sia provenienti dalle aree sacre che dalle necropoli, sono alcune terracotte votive configurate a forma di grappolo d’uva, trovate nelle necropoli campane e lucane e nei santuari di Policoro, Rossano e Locri.

Importanti, per la ricostruzione del paesaggio agrario magno greco sono alcune fonti epigrafiche note col nome di “Tavole di Eraclea”; si tratta di due epigrafi greche, in bronzo che per il periodo compreso tra il IV e III sec. a.C., permettono di ricostruire un paesaggio agrario ampiamente coltivato con l’eccezione delle pendici dei monti e delle colline occupate dai boschi e dalla macchia. La zona coltivata, divisa in piccole proprietà, si estendeva dalla pianura alla costa o alle rive dei fiumi a fondovalle. Le coltivazioni documentate sono i cereali, tra cui una posizione dominante assume l’orzo (il fitto dei terreni di proprietà dei santuari era pagato, infatti, con tale prodotto); la vite, l’olivo, sono considerati le coltivazioni più redditizie; e, sempre nelle tavole, è documentata la presenza di boschi e querceti come risorsa fondamentale per l’economia, e anche quella dell’allevamento del bestiame e di caseifici nella zona collinare.

Questi dati desumibili dalle fonti scritte, sono stati integrati da studi comparati di archeologia, geologia, bioarcheologia, paleobotanica ecc., che hanno consentito la ricostruzione del modello insediativo e produttivo, in particolare del territorio metapontino.

Sono state individuate più di un migliaio di fattorie diffuse su circa 4.200 ettari di terreno, tra l’altro sono state identificate 14 tipi di piante coltivate ed una dozzina di quelle selvatiche o infestanti, cinque qualità di legumi e tre diverse piante di foraggio che non sono menzionate nelle “tavole di Eraclea”.

Una situazione analoga a quella di Metaponto è stata segnalata anche per il territorio di Crotone dove si sono riscontrate forti analogie insediative soprattutto in relazione alla presenza diffusa di fattorie, con precisa vocazione agricola.

Lo studio dell’ alimentazione greca e magno greca si basa anche su molti testi di autori che hanno scritto sui cibi utilizzati nel mondo antico e sul modo di cucinarli; tra essi il trattato più importante, purtroppo andato perso è la Gastronomia di Archestrato di Gela, di cui però abbiamo notizie indirette nell’altra grande opera scritta da Ateneo, che nel suo trattato denominato i Deipnosofisti, cioè “I sapienti in gastronomia”, ci informa non solo sulla cucina greca ma anche su quella in uso presso quasi tutti i popoli del Mediterraneo.

Apprendiamo dagli scrittori antichi che i popoli italioti al contrario dei Greci erano noti per la loro opulenza, tanto che a Taranto e Crotone erano rinomati alcuni specialisti esperti in diete, che dettavano le norme igieniche per la scelta e la qualità dei cibi; ad esempio si tramandano alcuni precetti di Herakleidas di Taranto sulla digeribilità di alcuni cibi e sugli effetti afrodisiaci di altri. Altrettanto noti erano i cuochi magno greci, che spesso gareggiavano tra loro, scrivevano trattati di arte culinaria ed erano tenuti in gran conto nella scala sociale della polis.

Per quanto riguarda i cibi quelli più diffusi erano i cereali, le verdure, la frutta che ben si adattavano alle popolazioni magno greche che come abbiamo visto erano principalmente contadine che basavano la loro economia sull’agricoltura. Non stupisce infatti la scarsa diffusione delle carni per il pasto quotidiano, mentre esse venivano utilizzate soprattutto durante le cerimonie religiose ed erano riservate agli eroi. Già in età arcaica è documentato il consumo di maiali, montoni, capre e tori, mentre quello dei cavalli e degli asini risale ad epoca più recente. E’ noto che il culto degli dei, nella religiosità greca si basava sull’offerta di animali domestici che venivano sacrificati sugli altari nelle aree sacre, e poi consumati dopo la cottura. I sacrifici agli Dei si svolgevano secondo una ritualità complessa che si articolava in più fasi che si succedevano sempre nello stesso ordine: l’uccisione della vittima si svolgeva tra canti, e offerte di profumi; l’animale veniva sgozzato con una scure, liberato del sangue e quindi fatto a pezzi mediante l’uso di coltelli; agli Dei erano riservati il fumo delle ossa calcinate e l’odore degli aromi che venivano bruciati per l’occasione; mentre agli uomini toccavano le parti carnose dell’animale; queste venivano poi cotte mediante operazioni culinarie distinte: le viscere che sono puntualmente elencate da Aristotele nel trattato sulle parti degli animali, sono: fegato, polmoni, milza, reni, e cuore (stomaco, esofago ed intestini non ne fanno parte); esse rappresentano quello che c’è di più vivo e più prezioso nella vittima offerta, venivano consumate per prime e obbligatoriamente dovevano essere arrostite allo spiedo, mangiate sul posto, senza sale e bollenti; mentre il resto delle carni bollite poteva essere mangiato anche più tardi, sia sul posto che in qualche locale vicino, che nelle abitazioni private di coloro che, per avere partecipato al sacrificio, avevano beneficiato della loro distribuzione.

Più diffuso nella società magno greca il consumo del pesce che in alcune città, come Taranto era la base principale dell’alimentazione; Ennio ne celebrava soprattutto i molluschi, mentre Archestrato decantava le anguille magno greche e Aeliano i tonni di Taranto e di Hipponion (attuale Vibo Valentia).

In tutta la Magna Grecia si consumavano grandi quantità di dolci che venivano preparati ed offerti durante le festività religiose e le cerimonie sacre; di alcuni di essi sono tramandati i nomi e le ricette, come ad esempio la piramìs, dalla particolare forma a piramide era costituita da frumento arrostito e sesamo impastati con miele; o il plakùs, di forma bassa e tonda era fatto di farina, noci, pistacchi e datteri; molto rari ma pure presenti e di recenti identificati a Locri, in una scena raffigurata sui pinakes, sono i dolci a forma antropomorfa, cioè raffiguranti il corpo umano stilizzato; essi, diffusi in Egitto e in Oriente, sono stati connessi al culto della Grande Dea e di Afrodite, e nel caso di Locri soprattutto a quello di Persefone.

I commenti sono chiusi.