La scomparsa degli Archivi di Stato, così l’Italia distrugge la sua storia e soprattutto la verità

 Il 94 per cento dei dirigenti archivisti ha più di cinquant’anni, il 66 per cento ha superato i sessanta. Tra poco andranno in pensione. E senza archivi gli storici non possono lavorare

di Marco Sarti

L’Italia è un Paese che rischia di perdere la memoria. Per lo Stato è fondamentale cancellare la verità storica che emerge dai documenti d’Archivio. Purtroppo è vero e più che “perdere la memoria” si rischia di perdere la verità che non è mai stata detta sulla storia degli ultimi 156 anni. Rischiano di vincere le menzogne propagate da un sistema incancrenito formato da una triade che mescola pervicacemente, politiche pedagogiche ministeriali, università (di stato e non), accademici molto, molto interessati ai fondi che, guarda caso, vengono elargiti proprio per propagandare le falsità demagogiche a propaganda, sempre e comunque, delle menzogne di Stato.

È un disegno preordinato e le conseguenze danneggeranno tutti, nord e sud, favoriscono la casta di governanti corrotti, immorali, ladri che albergano benissimo, alla faccia nostra, nelle istituzioni.

Un passato collettivo scritto nero su bianco e conservato negli oltre cento Archivi di Stato. Fascicoli su fascicoli, milioni di documenti, custoditi da funzionari che tra pochi anni andranno quasi tutti in pensione. Nelle 101 strutture preposte sono conservati 1.600 chilometri di scaffalature. A gestire l’enorme memoria pubblica sono 621 dirigenti archivisti del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. Un gruppo di esperti in via di estinzione. Come denuncia la deputata del gruppo Democrazia Solidale – Centro democratico Milena Santerini, il 94,6 per cento di loro ha più di cinquant’anni. Il 66,3 per cento supera i sessanta. Nel giro di pochi anni si saranno tutti ritirati dal lavoro. «La stragrande maggioranza – si legge in una interrogazione presentata pochi giorni fa a Montecitorio – guadagneranno il riposo lasciando a gestire uno dei patrimoni archivistici più preziosi al mondo i 29 funzionari che oggi hanno meno di cinquant’anni e i 4 che hanno meno di quarant’anni».

In ballo c’è il passato di un Paese. «Noi pensiamo ai musei e all’archeologia – racconta la parlamentare – ma la nostra storia è conservata in queste carte». Agli archivisti il compito di organizzare, custodire e catalogare il materiale. Un impegno indispensabile, spiega il documento parlamentare, «dopo un’alluvione o un terremoto per coloro che vogliono recuperare una planimetria, ma anche per ricostruire i precedenti di una causa penale o una storia familiare». Un’attività essenziale, che troppo spesso avviene in condizioni difficili. Basti pensare al solo Archivio centrale dello Stato, a Roma. Qui sono conservati documenti che occupano almeno 120 chilometri di scaffalature. E altri 40 chilometri sono stati trasferiti in un deposito a Pomezia. «I depositi sono gonfi all’inverosimile – si legge – e nei soffitti di quelli sotterranei sono incassati cubetti di vetrocemento che a stento reggono l’acqua, che si infiltra nelle pareti dove sono addossati scaffali alti sette metri».

A custodire e catalogare la nostra memoria storica sono 621 dirigenti archivisti. Il 94 per cento ha più di cinquant’anni. Il 66,3 supera i sessanta. Nel giro di poco tempo saranno tutti in pensione

Intanto gli archivisti continuano il loro prezioso lavoro. Veri e propri archeologi della memoria collettiva, sono impegnati a «studiare e scoprire piccoli e grandi tesori seppelliti nelle carte». Nel frattempo catalogano, custodiscono, ricevono gli interessati e rispondono alle richieste per corrispondenza. E sono sempre di meno. Mentre i più si avvicinano alla pensione, l’organico non viene integrato. L’ultimo concorso per archivista è stato bandito dal ministero nel 2009. Sette anni fa.

Per la manutenzione e la sicurezza degli Archivi di Stato sono stati investiti 25 milioni di euro per il triennio 2016-2018. E ogni anno gli affitti degli immobili superano i 17 milioni

È una situazione difficile, per stessa ammissione del ministro dei Beni e attività culturali Dario Franceschini. Pochi giorni fa è intervenuto a Montecitorio per approfondire l’argomento. E ha ammesso che la situazione rischia persino di aggravarsi. Come prevede il decreto Enti locali dello scorso anno, infatti, le province in fase di scioglimento potranno versare i propri archivi presso gli Archivi di Stato. «E questo – spiega il ministro – aumenterà ovviamente le esigenze di spazi e personale». C’è anche un problema di costi. Non ci sono solo i 25 milioni di euro investiti nel triennio 2016-2018 per la manutenzione e la sicurezza degli Archivi. Attualmente gli istituti archivistici sono ospitati in 238 immobili. «Di cui 137 – dice l’esponente del governo – sono purtroppo in locazione passiva». In attesa di individuare nuovi immobili pubblici dove trasferire i documenti, ogni anno lo Stato deve far fronte a oltre 17 milioni di eurosolo per i canoni di locazione.

Resta la questione degli archivisti che andranno in pensione. La legge di Stabilità ha previsto una norma in deroga ai criteri generali del turnover nella pubblica amministrazione. Come spiega il ministro Franceschini, il provvedimento autorizzal’assunzione a tempo indeterminato per il ministero di 500 funzionari «inquadrati nella terza area del personale non dirigenziale». Una parte rilevante, assicura, servirà a coprire i posti vacanti degli archivisti. È una novità positiva. Un intervento necessario, ma non ancora sufficiente. Già nei prossimi anni molti archivisti attualmente in attività, data l’età media avanzata, andranno in pensione e dovranno essere sostituiti. Ecco perchénella prossima legge di stabilità saranno obbligatori altri interventi. Il primo ad esserne consapevole è Franceschini. «Non possiamo lasciare gli Archivi senza il personale specializzato».

Fonte linkiesta

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