La ‘Ndrangheta dietro al sequestro Moro: “alla DC sapevano tutto”

La foto dell’uomo con la sigaretta scattata nello scenario della strage di via Fani nel giorno del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, doveva sparire per sempre. Nessuno avrebbe dovuto riconoscere l’uomo dai capelli scuri e mossi, l’aria di finta indifferenza che gli sfilava il ruolo di spettatore semplice. Perché se l’uomo con la sigaretta è Antonio Nirta, esponente della ‘ndrangheta, doppiogiochista dei servizi segreti, uno dei favoriti di Francesco Delfino (il generale dei carabinieri finito più volte nei peggiori misteri italiani), allora non erano solo le Br a muovere le fila del sequestro-omicidio, ma anche il crimine organizzato calabrese spinto da una parte deviata dello Stato. Ma chi aveva paura di quella foto che ora avvalora le parole del pentito Saverio Morabito («Nirta partecipa al rapimento Moro»)?

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LA COMMISSIONE

A 37 anni dalla più politica delle esecuzioni brigatiste, tocca alla commissione d’inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni chiarire il dubbio. E oltre alla comparazione tra l’uomo nella foto e la faccia di Nirta, ora grazie all’immagine s’incastrano una serie di tasselli di un nuovo quadro della vicenda Moro. A cominciare da un’intercettazione a pochi giorni dal rapimento. L’apparecchio è quello di Sereno Freato, uomo della Dc vicinissimo a Moro, dall’altra parte del filo c’è Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per avere notizie sulla prigione di Moro.

 

 

L’INTERCETTAZIONE

Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo. Freato: Quelle del posto, lì? Cazora: Si, perchè loro…perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù. Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove. Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro. Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso. Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare? Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. Cazora: Dire al ministro. Freato: Saran tante!

Perché “loro”, probabilmente la ‘ndrangheta, non volevano circolasse quella foto? Perché Nirta aveva avuto il ruolo di supervisore dell’operazione, o sarebbe dovuto intervenire se qualcosa fosse andato storto? Una certezza: da più parti si è sempre detto che il rapimento Moro, l’uccisione bestiale e precisa della scorta, non potevano essere stati eseguiti solo da brigatisti male addestrati alle armi.

Altro tassello che porta alla ‘ndrangheta e a Nirta sono i pentiti. A riconoscere per primo Nirta nella foto è la magistratura perugina che nel 1996 acquisirà la foto dall’archivio del Messaggero inserendola nel fascicolo dedicato all’omicidio di Mino Pecorelli, giornalista che sapeva, come Moro, tanti segreti italiani. L’uccisione di Pecorelli porta gli inquirenti a interrogare il pentito Ubaldo Lauro che spiega: «Nirta era uomo dei servizi». Per poi riconoscerlo (come già gli investigatori), nella fotografia. Qualche mese fa, a ricordare alla commissione Fioroni di quella foto a Perugia è l’avvocato Walter Biscotti che assiste le famiglie degli agenti uccisi. Biscotti rammenta anche la sparizione di tutto un rullino impresso il giorno della strage dalla macchina fotografica di Gherardo Nucci, dal quale si salva solo l’immagine del Messaggero. Un rullino consegnato dalla moglie di Nucci prima all’Asca, agenzia vicina alla Dc, e tre giorni dopo a chi investigava sul rapimento Moro. E che, misteriosamente, smarrì tutto. Ascoltando inconsapevolmente un’invocazione telefonica.

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