La Corte Costituzionale ha detto No: coltivare cannabis rimane reato

La Corte Costituzionale ha respinto il ricorso presentato dagli avvocati Lorenzo Simonetti e Claudio Miglio: la coltivazione di cannabis, anche se di entità limitata ed evidentemente al solo scopo di consumo personale rimane un reato penale, passibile di essere condannata con il carcere.

La Corte era stata chiamata ad esprimersi sulla presunta incostituzionalità della norma che inserisce la coltivazione a scopo personale all’interno dell’articolo 73, cioè tra le condotte considerate reato penale con pene da 2 a 6 anni di carcere. Una pronuncia favorevole avrebbe invece collocato la coltivazione nell’articolo 75, cioè tra le condotte punite con la semplice sanzione amministrativa.

Niente di tutto questo, per la legge italiana l’unico modo per consumare droghe leggere senza finire in carcere rimane quello di rivolgersi agli spacciatori e alle narcomafie, mentre chi sceglie di coltivare una o due piante deve essere condannato. Una assurdità.

Il mondo continua a progredire, ma l’Italia rimane piantata al medioevo. Mentre la proposta di legge per la legalizzazione rimane arenata in Commissione Giustizia.Riteniamo opportuno che gli oltre 200 parlamentari che hanno aderito all’intergruppo per la legalizzazione si facciano sentire, dimostrando così che la loro non è stata solo un’operazione di facciata per raggranellare facili consensi.

I consumatori non possono più aspettare.Oltre 50.000 persone in Italia coltivano cannabis, una forma di dissobedienza civile che non si può fermare. Politici e magistrati prima o poi dovranno rendersene conto.

 

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