Immigrati italiani in America: la storia del linciaggio subito dagli italiani in America

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Durante gli anni della grande emigrazione italiana una delle mete preferite era l’America, molti italiani stanchi delle zero possibilità offerte dal proprio paese si imbarcarono sulle navi per cercare fortuna rincorrendo l’American Dream. Giunti a destinazione, oltre la Statua della libertà, la realtà era diversa e si capiva subito che il sogno americano poteva aspettare. Gli immigrati italiani infatti, erano destinati ai lavori duri, umili e più usuranti e godevano di pochi diritti, molti finirono a lavorare nella costruzione della nuova ferrovia dove, dopo un lungo turno di duro lavoro, passavano la notte in un capannone, allestito in cantiere, con le porte blindate per evitare l’allontanamento degli operai. Inoltre gli immigrati, soprattutto gli italiani, erano malvisti ed etichettati come “mafiosi” e il pregiudizio più comune era che gli italiani avessero nel DNA l’indole violenta e fossero tutti rozzi, ignorati e predisposti al crimine. La maggior parte di loro viveva in quartieri sovraffollati, dei veri e propri ghetti tutti italiani e spesso subivano soprusi solo per la colpa di essere italiani. Uno tra i casi di violenza più eclatanti a discapito dei nostri connazionali successe a New Orleans.

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Nel 1890 New Orleans era la quarta città degli Stati Uniti e la prima al mondo per convivenza di razze: nel melting pot si mischiavano francesi, irlandesi, creoli, caraibici, afroamericani. E tanti italiani, quasi tutti del Sud. La città statunitense era collegata con Palermo dalle navi a vapore, che periodicamente rovesciavano sulle banchine del porto migliaia di migranti: da quando la schiavitù era stata ufficialmente abolita, venticinque anni prima, molti di loro avevano finito per sostituire i neri nel massacrante lavoro di raccolta del cotone. Dalle navi non sbarcava solo manodopera: anche le organizzazioni che facevano capo alla mafia siciliana – Mano Nera e associazione degli Stuppagghieri su tutte – la mafia calabrese e la camorra napoletana, in poco tempo si erano profondamente infiltrate negli interessi economici della città. Lo sapeva bene David C. Hennessey, primo sovrintendente della polizia locale: da oltre due anni il giovane sceriffo teneva a bada le famiglie criminali italiane che a New Orleans si contendevano il controllo degli attracchi nel porto commerciale, il più importante e frequentato degli Stati Uniti del Sud. Hennessey non era uno stinco di santo, e ricalcava la fama della polizia di New Orleans, accusata spesso di corruzione e di connivenze: lui stesso era stato processato per omicidio e banditismo, e «aveva abbracciato la fede della legge per non finire in prigione», ricorda Massimo Di Martino nel suo “Joe Petrosino, detective 285” (Flaccovio).

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La guerra del porto vedeva da un lato i Matranga, famiglia mafiosa egemone alleata all´oscuro imprenditore Joseph Macheca – diventato in poco tempo il re degli agrumi del french market e ritenuto l´uomo più potente del sottobosco neworleansiano – e la famiglia dei Provenzano, successori del clan mafioso degli Esposito. Il 6 aprile 1890 un agguato commesso dai Provenzano a danno dei Matranga, in cui due uomini legati a questa famiglia avevano perso la vita, aveva messo violentemente fine alla tregua. E poco dopo aver arrestato Macheca e Matranga come mandanti di quell´omicidio, Hennessey aveva annunciato la sua testimonianza nel processo a loro carico a favore dei Provenzano, che di Hennessey erano amici personali. Fu molto probabilmente per questa ragione che la notte del 15 ottobre, intorno alle undici e mezza, mentre Hennessey rientrava a casa dopo un banchetto offerto in suo onore da immigrati siciliani, giunto nei pressi di casa, all´angolo tra Girod e Basin Street, venne colpito dalle fucilate esplose da due uomini. Lo sceriffo rispose al fuoco, ma le pallottole di grosso calibro gli avevano devastato l´addome: si trascinò per qualche metro e all´angolo successivo cadde esanime. Poco prima di morire riuscì a sussurrare un´accusa nelle orecchie del capitano O´Connor, accorso dopo avere udito i colpi: «Dagos did it». Sono stati i dagos, i «latini», nel nomignolo che nello slang del Sud indicava genericamente e beffardamente i meridionali italiani. Fu la scintilla che innescò una carica pronta a esplodere da tempo. Perché sebbene New Orleans avesse fama di città multirazziale, i meridionali italiani non erano affatto ben visti dalla popolazione locale. Non solo perché fossero particolarmente invisi alla comunità dominante degli irlandesi (che li avevano ribattezzati guinies whops, miserabili e spilorci).

Il giorno dopo il sindaco della città decise di dare una bella lezione agli italiani e diede l’ordine di arrestare ogni italiano si incontrasse, ben 250 vennero portati in carcere e malmenati, ma il fatto prese una brutta piega quando i cittadini di New Orleans decisero di assalire la prigione dove erano stati portati gli italiani e ne uccisero ben 11. Un vero è proprio linciaggio, il governo italiano non restò indifferente, infatti reagì e stava per inviare navi da guerra, ma il presidente Americano Harrison condannò il comportamento di New Orleans e risarcì le famiglie delle vittime così la situazione venne placata, anche se si cominciò a limitare l’immigrazione.
Queste è solo una delle tante vicende successe in quegli anni, oggi per fortuna gli italiani sono ben visti, spesso anche ammirati in America, meno in altre nazioni, ma è giusto ricordare la nostra storia.
Da: redazione La Verità di Ninco Nanco

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