Globalizzati ma (in)felici

di: Marco Cedolin

da: Dolce Vita

Molti fanno risalire il primo seme di quella che comunemente chiamiamo globalizzazione o mondializzazione al 1492, data della scoperta dell’America, quando l’Occidente iniziò ad imporre le proprie “conquiste” al resto del mondo. Altri alla conferenza di Berlino e alla spartizione dell’Africa fra il 1885 ed il 1887. Altri ancora ne posizionano la nascita intorno agli anni ‘30 del secolo scorso, quando il Council on Foreign Relations americano concepì strutture come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale che nacquero ufficialmente a Bretton Woods nel luglio 1944, oppure guardano al maggio 1954 quando iniziarono le riunioni del gruppo Bilderberg. Senza dubbio fin dal XII e XIII secolo il germe della globalizzazione iniziò ad aleggiare per l’Europa, basti pensare alla lega anseatica, alle grandi fiere commerciali, a Venezia ed alle piazze finanziarie di Genova, Lione e Besançon, tutti strumenti di un mercato sopranazionale se non perfino mondiale.Solamente intorno alla metà del Novecento però inizio a prendere forma compiuta il progetto di globalizzazione mondialista così come lo stiamo nostro malgrado sperimentando adesso.

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Base fondante dell’intero processo è la trasformazione del mondo in un immenso mercato economico e finanziario e dell’essere umano in un consumatore apolide, deprivato di qualsiasi identità, trasformato anch’esso in una merce e pertanto (come le merci) omologato e privo di diritti e capacità decisionale. Nonostante il progetto mondialista sia stato “venduto” come il frutto di una cultura illuminata, imperniata sull’emancipazione, la tutela dei diritti dell’uomo, la fratellanza planetaria, le parità sociali e la redistribuzione della ricchezza, nella realtà è accaduto esattamente il contrario. Gli unici veri beneficiari della politica globalizzatrice sono state le maggiori multinazionali, i grandi gruppi bancari e più in generale tutti i soggetti che accentrano nelle proprie mani larga parte della ricchezza mondiale, mentre la maggior parte degli esseri umani, nel sud del mondo come in Occidente, si sono ritrovati preda di un vortice deputato a trasportarli sempre più in basso, deprivandoli non solo dei propri diritti ma anche della loro dignità.

La mano pesante del modello sviluppista ha devastato l’ambiente in maniera spesso irreparabile, inquinando l’aria, la terra ed i mari attraverso le scorie di un progresso tanto insensato quanto disumanizzante, senza curarsene minimamente dal momento che nel mondo-mercato contano esclusivamente i risultati economici, facendo si che anche l’integrità della biosfera risulti sacrificabile qualora tale sacrificio sia prodromico di un segno più nel borsino dell’economia.

Il mercato globale, con la sua presenza immanente ha preteso la rimozione di ogni ostacolo che potesse intralciarne il cammino, gli Stati nazione, le frontiere, i dazi doganali, ma contemporaneamente aveva la necessità della creazione del consumatore globale e del lavoratore globale. Due figure in sé complementari, inizialmente disgiunte, poi man mano racchiuse all’interno dello stesso individuo che potremmo definire “schiavo globalizzato”. Il consumatore globale nacque nella seconda metà del secolo scorso, soprattutto in Occidente, dove la popolazione con un discreto reddito e condizioni di lavoro migliorate rispetto al passato venne letteralmente tempestata di bisogni indotti (spesso appartenenti alla sfera del superfluo) attraverso la pubblicità ed il fervido lavoro dei media. I bisogni indotti, veicolati attraverso gli schermi della TV crebbero a dismisura,costringendo l’individuo a lavorare sempre di più per farvi fronte, fino ad indebitarsi anche pesantemente qualora il reddito non fosse sufficiente a soddisfarli tutti.

Contemporaneamente nei paesi ritenuti sottosviluppati, organismi quali la Banca Mondiale ed il FMI, eliminavano modelli di vita che sopravvivevano da secoli, basati sull’allevamento, la pesca e le colture di sussistenza, costringendo la popolazione a trasformarsi in una massa di lavoratori globali sottopagati al servizio delle multinazionali, mascherando la propria violenza sotto le mentite spoglie della solidarietà pelosa per il terzo mondo. All’inizio del nuovo secolo i tempi per la creazione dello “schiavo globale” erano maturi, in un mondo ormai governato da una ristretta schiera di organismi sovranazionali, dove le sovranità, i confini, le tradizioni e le identità stavano scomparendo sempre più velocemente. La popolazione del terzo mondo emigra in massa in Occidente, attratta dal miraggio di una vita agiata spesso destinato ad albergare solamente all’interno degli schermi LCD che l’hanno veicolato, creando le condizioni di dumping sociale tanto care a chi dirige il circo della globalizzazione. La popolazione occidentale, strozzata dai debiti contratti e costretta fare i conti con l’eutanasia dei posti di lavoro e l’incapacità di mantenere il precedente tenore di vita si vede costretta a rinunciare a tutti i propri diritti, adattandosi a lavori precari o rassegnandosi ad emigrare a propria volta.

Lo “schiavo globale” ormai è una realtà concreta, apolide, senza tradizioni, senza identità, spesso anche senza una famiglia. Non ha legami che gli impediscano di lavorare (e consumare) dove è necessario che lo faccia, è un cittadino del mondo e può mangiare lo stesso hamburger a Milano a Londra, a Pechino, così come a New York, ma senza rendersene conto sta perdendo ogni briciola di umanità.

di: Marco Cedolin     da: dolcevitaonline.it

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