1 Febbraio 1945, le prime donne italiane al voto 71 anni fa

Il primo febbraio del 1945 l’Italia si unisce al club delle nazioni democratiche che hanno riconosciuto il diritto di voto alle donne.

La proposta bipartisan De Gasperi-Togliatti fu posta in essere attraverso il decreto luogotenziale firmato dal Consiglio dei Ministri allora presieduto dal socialista Bonomi: riconoscere a tutti gli italiani (uomini e donne) che avessero compiuto il ventunesimo anno di età il diritto di voto (Decreto Legislativo nr. 23 “Estensione alle donne del diritto di voto”).

Il voto femminile in Italia fu riconosciuto per la verità già nel 1924, senza tuttavia venir mai praticato; si trattò fondamentalmente di pura e semplice propaganda, poiché in seguito all’emanazione delle cosiddette “leggi fascistissime” tra il 1925 ed il 1926 le elezioni per le nomine comunali furono proibite. Il regime fascista infatti sostituì l’elezione alla carica di sindaco con la nomina governativa del podestà e del governatore.

Ma come siamo arrivati al voto femminile?

Nonostante già nel corso della Rivoluzione francese fossero sorti movimenti di emancipazione femminile, immediatamente repressi da Robespierre bisognerà attendere la metà del XIX secolo perché il tema del suffragio acquisisca valore sociale.

Ovunque in Europa si costituivano associazioni favorevoli al voto per le donne, ma fu in Inghilterra che la corrente si “radicalizzò”: nel 1897 si costituì il National Union of Women’s Suffrage Societies, alle cui associate fu attribuito comunemente il nome dispregiativo di Suffragette.

Si trattò del primo vero movimento strutturato favorevole al voto femminile.

Attraverso un’intensa campagna fatta di conferenze, di cortei, marce spesso violente, alla fine il voto alle donne in Gran Bretagna venne riconosciuto nel 1928.

A parte pochi casi, Australia (1903) e Scandinavia (tra il 1905 e il 1915), il voto femminile fu esteso nei vari paesi a partire dal 1918, quando oramai gli stili di vita e i costumi furono radicalmente cambiati dal Primo Conflitto Mondiale, sdoganando il ruolo marginale della donna all’interno della vita politico-sociale di un paese.

In Italia il movimento impiegò più tempo ad espandersi a causa del processo di unificazione della penisola; per cui la prima associazione per così dire femminista si costituì a Roma nel 1903, seguendo il modello anglosassone delle Suffragette, a cui fecero seguito altre cellule sparse per il territorio, appoggiate pubblicamente sia dalle forze progressiste sia da quelle socialiste della nazione.

Nove anni dopo quando il governo Giolitti introdusse il suffragio universale maschile (ammessi al voto gli uomini senza distinzione di censo, che avessero sostenuto il servizio militare o compiuto trent’anni), si iniziò a supporre sempre più calorosamente l’allargamento del voto anche alle donne; nel 1919 tra le proposte del governo Nitti vi fu anche il suffragio femminile, ma la crisi di governo e la caduta dello stesso ne impedirono la messa in opera.

Questa, come abbiamo visto brevemente, è la storia del processo che ha portato le donne al voto, processo transnazionale costituito da un profondo movimento di riforma politico, economico e sociale che portò la donna al riconoscimento e soprattutto alla possibilità di partecipazione alla cittadinanza attiva.

Tutto questo meccanismo ha portato in realtà ad un riconoscimento di pieni diritti politici alle donne, ma eravamo ancora lontani al riconoscimento dei diritti civili.

Il caso più emblematico di questa discriminazione fu il divieto per il sesso femminile di accesso alla magistratura fino al 1956, quando alle donne fu concessa la sola partecipazione a giurie popolari e ai tribunali minorili.

Famiglia, morale comune, società, hanno posto la donna in un ruolo di subalternità rispetto all’uomo, nonostante che la neonata Costituzione riconoscesse a entrambi uguaglianza ed equità. Per ottenere pari diritti civili sarà necessario per la donna attendere i nuovi movimenti di emancipazione femminile degli anni ’70.

 

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